mercoledì 14 ottobre 2009

Via dalla scuola pubblica l’ora di religione

Un nuovo, interessante contributo sulla tanto contestata ora di religione. Tratto dalla rivista confronti, una pubblicazione mensile di “fede, politica e vita quotidiana” ma al tempo stesso un centro culturale impegnato sui temi del dialogo tra le fedi e le culture, del pluralismo e dell’educazione alla pace.


Appare chiaro che la Chiesa cattolica non è disposta a nessuna mediazione sull’ora di religione e le forze politiche non hanno nessuna intenzione di «disobbedire».


Continuano a susseguirsi le polemiche sulla laicità della scuola italiana, frutto delle insuperabili contraddizioni che contraddistinguono il sistema dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica. Lo scorso 17 luglio una nuova pronuncia del Tar del Lazio ha accolto due ricorsi, presentati da studenti e studentesse con numerose associazioni laiche e confessioni religiose non cattoliche, che erano stati proposti per l’annullamento di ordinanze ministeriali emanate dall’allora ministro dell’Istruzione Fioroni per gli esami di Stato del 2007 e 2008, che prevedevano la valutazione della frequenza all’insegnamento della religione cattolica ai fini della determinazione del credito scolastico e la partecipazione «a pieno titolo» agli scrutini degli insegnanti di religione. Il Tar del Lazio ha tra l’altro affermato, richiamandosi al principio della laicità dello Stato più volte ribadito dalla Corte costituzionale, che «in una società democratica al cui interno convivono differenti credenze religiose, certamente può essere considerata una violazione del principio del pluralismo il collegamento dell’insegnamento della religione con consistenti vantaggi sul piano del profitto scolastico e quindi con un’implicita promessa di vantaggi didattici, professionali ed in definitiva materiali». Contro la sentenza si sono levate le critiche non solo di fonti cattoliche e vaticane ma anche di esponenti dell’attuale governo italiano e di quasi tutte le forze politiche, desiderose di accaparrarsi i titoli di difensori del cattolicesimo in Italia. Tanto che, proprio in barba alla sentenza del Tar, il 19 agosto 2009 è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il Regolamento per la valutazione degli alunni con il quale l’attuale ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, ha riconfermato che in sede di scrutinio finale per l’attribuzione del punteggio per il credito scolastico partecipano anche gli insegnanti di religione cattolica, limitatamente agli alunni che si avvalgono di questo insegnamento. Proprio ciò che il Tar del Lazio ha dichiarato discriminatorio nei confronti degli alunni che non si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica e quindi illegittimo.


Ma non basta. Con un tempismo che non può non suscitare forti perplessità, visto il clima di ricerca di merci di scambio con cui il governo di centrodestra vuol rassicurare il Vaticano del suo appoggio, ai primi di settembre, in concomitanza con l’inizio dell’anno scolastico, è stata diffusa una lettera datata 5 maggio 2009 della Congregazione per l’Educazione cattolica, a firma del cardinale prefetto Zenon Grocholewski e indirizzata ai presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo, riguardante «l’insegnamento della religione nella scuola». Da dove trarrebbero origine le direttive contenute in questa circolare? Dalla constatazione, vi si legge, che «la natura e il ruolo dell’insegnamento della religione nella scuola è divenuto oggetto di dibattito e in alcuni casi di nuove regolamentazioni civili, che tendono a sostituirlo con un insegnamento del fatto religioso di natura multiconfessionale o di etica e cultura religiosa, anche in contrasto con le scelte e l’indirizzo educativo che i genitori e la Chiesa intendono dare alla formazione delle nuove generazioni». E questo dovrebbe allarmare i vescovi perché «si potrebbe creare confusione o generare relativismo o indifferentismo religioso se l’insegnamento della religione fosse limitato ad un’esposizione delle diverse religioni, in un modo comparativo e “neutro”». Niente di tutto ciò, si ricorda ai vescovi, che invece dovrebbero adoperarsi perché, in particolare nei paesi a maggioranza cattolica, l’insegnamento della religione sia limitato esclusivamente proprio all’insegnamento della dottrina cattolica.


A prescindere da ogni altra valutazione sui contenuti di questa lettera circolare una cosa appare evidente, e crediamo che questo sia in realtà il messaggio lanciato ai nostri politici: la Chiesa cattolica non è disposta a nessuna mediazione sull’ora di religione e qualunque proposta di affiancarla o sostituirla con un’ora di insegnamento del fattore religioso è considerata inaccettabile. E sembra che il messaggio, anche se non ci pare ce ne fosse bisogno, sia stato recepito. In effetti il presidente del Consiglio e il suo ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, proprio con il Regolamento prima ricordato, si sono affrettati a rassicurare le gerarchie cattoliche sul fatto che l’ora di religione cattolica in Italia non si tocca. Anzi, lo Stato italiano continuerà ubbidientemente ad essere uno Stato catechista; continuerà ad imporre nelle sue scuole pubbliche l’insegnamento di una sola e specifica religione, quella cattolica; continuerà a far svolgere questo insegnamento da persone scelte dall’autorità ecclesiastica; cercherà di garantire a questo insegnamento la stessa autorevolezza delle altre discipline scolastiche e la stessa importanza dei suoi crediti in spregio a qualunque principio di laicità dello Stato o di qualunque sentenza di un Tar o di qualunque organo di giustizia.


Ed è per questo che almeno su una cosa siamo d’accordo: non vi può essere nessuna mediazione sull’ora di religione. Ma per un motivo diametralmente opposto. Se si vuole finalmente dare piena realizzazione ad uno Stato pluralista, laico e democratico, che vuole essere fedele alla sua ispirazione costituzionale, non è più possibile far svolgere all’apparato pubblico scolastico italiano il compito di provvedere, cosa che non gli compete, ad un insegnamento religioso che costituisce interesse magisteriale e pastorale della Chiesa cattolica. Non vi è perciò altra strada da seguire che cancellare l’Insegnamento della religione cattolica di derivazione concordataria dalla scuola pubblica italiana.


Antonio Delrio

lunedì 12 ottobre 2009

In difesa del popolo sovrano

Vi propongo un'interessante riflessione di Enrico Peyretti, un intellettuale italiano impegnato nel movimento per la nonviolenza e la pace. Buona lettura.


Dopo la condanna costituzionale del “lodo Alfano” e il conflitto istituzionale che ne è sciaguratamente seguito, andiamo alle radici della questione.

«La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione» (art. 1 Costituzione italiana). Neppure la sovranità popolare è assoluta, né assoluta è la volontà del popolo sovrano: deve essere esercitata entro i limiti dati e nelle forme stabilite dalla Costituzione. Nessuna forza sociale è sciolta dalla legge. Anche la forza del numero degli elettori è soggetta alla legge.
La coscienza personale, anche di uno solo, può sentire intimamente il dovere di disobbedire una legge che sente ingiusta (obiezione di coscienza), ma nello stesso tempo la obbedisce con l’accettare le conseguenze della propria disobbedienza civile (al contrario della disobbedienza occulta), e così preme lealmente per modificarla. La volontà anche della massima parte del popolo, non può violare i limiti costituzionali e i valori umani e civili ivi individuati.

Tanto meno è al di sopra delle legge chi viene eletto, pur legittimamente, all’elettorato. È falso dire che egli è un «primus super pares», come dice un dipendente politico di Berlusconi. Addirittura, se si pensa moralmente e democraticamente un “in-carico” politico come un servizio al bene comune, ogni eletto è, in certo modo, «sotto», e non sopra i suoi concittadini, perché è “caricato” del dovere di servirli. Così ha sempre sentito la migliore etica politica.


Legiferare, fare onestamente le leggi che obbligano tutti, non è mai un semplice atto di forza, neppure della forza del numero, ma deve avvenire secondo le «regole per fare le regole», cioè nel pieno rispetto formale e sostanziale delle regole costituzionali. Il numero non muta le regole, se non secondo le regole stesse.


Il consenso popolare
, oltre che libero da forzature, deve essere anche «consenso informato», cioè fornito di conoscenze per valutare qualità e scopi dei candidati a governare e l’azione dei governanti. Occorre anche che il libero dibattito pubblico protegga il popolo dal fascino che un uomo ricco e fortunato può suscitare sugli animi più deboli, o resi tali da influenze condizionanti sull’immaginazione pubblica. È questo precisamente il caso della fortuna politica di Berlusconi in Italia,
fabbricata prima con la bassezza diseducativa e la depressione morale delle televisioni commerciali, e poi mietuta col consenso politico relativo.

Il linguaggio e le arti della pubblicità commerciale – che è stata bene definita «il fascismo del nostro tempo» - trasferite nella politica, distruggono la libertà civica, perché, per loro natura e finalità, intendono aggirare la soglia critica delle persone e indurre a comportamenti realmente imposti, e non decisi liberamente. Se questa è disonestà nel commercio, in politica è delitto. Tutto il contrario di un “popolo della libertà”!

Poiché la ricchezza, con la sua potenza sugli altri, è soltanto un potere di fatto, e non un potere legale, deve essere soggetta, con particolare sorveglianza e oculatezza, alle regole di giustizia. Il ricco deve essere più, e non meno dei comuni cittadini, sorvegliato e controllato sulla legalità dei suoi atti. Se, nella gestione dei suoi beni, un ricco avesse commesso scorrettezze o reati, dovrebbe essere punito semmai più prontamente e severamente, e non meno dei comuni cittadini, nel caso che al potere della ricchezza abbia cumulato un potere politico. Questo è, evidentemente, il caso di Berlusconi, che invece ha approfittato del potere politico per sottrarsi al controllo della giustizia. Egli ha sempre accusato preventivamente i giudici, tutti i giudici che hanno avuto in mano cause sue, per delegittimarne in anticipo il giudizio, o impedirne l’esercizio. Chi agisce così corrompe alla radice lo spirito pubblico, si fa corruttore del popolo sovrano, mina la legalità e la convivenza pacifica, semina servilismo, odio e violenza. Ciò crea nell’uomo della strada ragionevole - se ancora è libero di ragionare - ogni sospetto sulla cattiva coscienza di chi si sottrae in questo modo al giudizio, e suscita nei meno onesti la voglia
di imitare l’astuzia e la frode dell’uomo forte, oppure di reagire per vie di fatto, invece che con le regole della politica democratica.

Proprio in antitesi al potere della ricchezza, comunque raccolta, la prima parte dell’art. 1 definisce l’Italia una «repubblica democratica, fondata sul lavoro». Fondata, cioè, sul contributo di ognuno al bene comune. Chi ha più beni non ha più diritti, e semmai ha più doveri. Chi ha beni insufficienti, che limitano di fatto la sua libertà ed eguaglianza con gli altri cittadini, e impediscono il pieno sviluppo della sua persona e la sua partecipazione effettiva alla vita del Paese, ha uno speciale diritto – che il ricco non ha – a che la Repubblica operi con la politica a rimuovere quegli ostacoli (così dispone il grande art. 3, la “super-norma” della nostra esemplare Costituzione).

L’azione politica, nella Repubblica democratica, ha il compito di realizzare l’uguale dignità e libertà di tutti, nella giustizia sociale, e assolutamente non ha da sancire la disuguaglianza di fortuna.


Il comportamento politico di Berlusconi, fino alle vicende di questi giorni, lo lascia per ora formalmente inamovibile, ma lo priva ulteriormente di rispettabilità politica, in quanto eversore morale dell’etica necessaria nella “polis” umana e civile.

Enrico Peyretti

martedì 29 settembre 2009

Umberto Dei: non corre, va lontano


Recensione di Luciano LORINI

da
Ruotalibera (Anno XXV Num. 5 - 113 - Settembre/Ottobre 2009)


Nel romanzo di Michele Marziani “Umberto Dei - Biografia non autorizzata di una bicicletta” la premiata fabbrica di biciclette del titolo, già simbolo di un’epoca e pezzo importante della storia industriale di un'Italia produttiva che forse non è più, assurge a pretesto per raccontare, al di là del marchio e del nome, l'origine di un mito e il concetto stesso di una rivoluzione.


“Umberto Dei - Biografia non autorizzata di una bicicletta” - La copertina


E’ davvero molto facile entrare in sintonia con Arnaldo Scura, soggetto narrante del romanzo. Mezza età, una professione da agente finanziario forse un po’ stretta per delle idee troppo liberali, passione innata, quasi dovuta per obblighi di terra e di famiglia, per le due ruote. Milanese atipico per il fatto stesso di andare in bici, un mattino, all’improvviso, rimane “folgorato” lungo il Naviglio della Martesana. Sentendo di dover dare una svolta decisiva alla sua vita, si licenzia dal suo prestigioso impiego e si radica in una nuova esistenza, scoprendo la sua vera vocazione di meccanico e restauratore di biciclette. “Chiunque può fare il mio mestiere - sentenzia - il problema è trovarne il tempo. Per questo io esisto”. Verissimo. E così nella bottega/officina sul Naviglio (“una bottega di frontiera, un po' una boutique, un po' la mutua della bicicletta...”) si incrociano storie, amori, ricordi, popoli e filosofie. L’intera umanità attraversa per campioni significativi questo microcosmo di ingranaggi, grasso e sudore. Vite diverse, distanti, accomunate solo dal mezzo ciclabile. Per passione o per forza (in riferimento a quelli per cui “anche il biglietto del metrò è troppo caro”) tutti passano di qua, prima o poi. E lui, con umiltà schiva ce li descrive, ce ne racconta l’anima. Tipizzando, ma allo stesso tempo rifuggendo da facili generalizzazioni. E’ una bella persona, Arnaldo, sebbene incupito dalla vita e dal dolore. Capace di grandi slanci, come quando accoglie alle sue dipendenze il giovane Nas, esule afgano e studente al Politecnico, e impara col tempo ad amarlo come un figlio. Sarà proprio questo amore che lo porterà lontano, in un viaggio alla scoperta delle sue radici, in un cammino alla ricerca della serenità perduta.


Sembra quasi di stare fuori dal tempo, in una dimensione sospesa, e invece siamo proprio a Milano, nel nostro secolo, nella frenesia dei ritmi che purtroppo ben conosciamo. Bastano poche frasi qua e là a ricordarcelo... ma la vita al numero cinque di via Tofane sembra non accorgersene, comunque legata a schemi altri, più distesi. Procedendo nella lettura, si avverte crescente il desiderio di ricercare il piacere di questo invidiabile “andamento” anche nella nostra vita, si sente l'impulso a credere che sia, oltre che auspicabile, possibile.


Il romanzo, ricco di spunti anche divertenti, di citazioni e gustose disquisizioni “tecniche”, è pure condito da un certo grado di suspence. In alcuni punti forse perde un po' di tensione, ma è una manchevolezza che non si avverte, tanto si è affascinati dalla narrazione sempre scorrevole, fresca, sottile e ironica, dove pensieri e dialoghi si alternano in un tessuto ininterrotto originale, piacevole, avvincente.



La sella Brooks e la borsa attrezzi della Umberto Dei

Davvero una lettura appagante, un libro consigliato, non solo agli AdB più convinti, ma a tutti gli amanti della buona scrittura.



giovedì 3 settembre 2009

Aggiungere vita ai giorni

Non so quanti di voi lettori siano iscritti al Sindacato e se sì, a quale sigla.
Non mi interessa, non è importante per me saperlo, anche se ritengo importantissimo, oggi più che mai, il farne parte. Questo pomeriggio ho ricevuto dalla Segreteria Provinciale della FISAC-CGIL (la federazione di categoria di bancari e assicurativi) il documento che riporto qui sotto. Mi ha quasi commosso per la forza e il coraggio che esprime in questi momenti di difficoltà. E mi rende
orgoglioso della mia iscrizione alla CGIL, fiero di far parte di un Sindacato che esprime con tanta chiarezza i valori in cui credo.

Questo documento, del quale vi invito alla lettura, merita di essere salvato, pubblicato, diffuso.

Bravi gli stesori della nota, che approvo e condivido in pieno.
Pace e buona vita.


In un periodo difficile come questo

Strano l'anno 2009. E' l'anno della crisi, dello scoppio della tristemente nota bolla economica, della perdita di tanti posti di lavoro, dell'arricchimento dei pochi soliti noti e dell'impoverimento dei molti soliti noti.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che i diritti non venissero brutalmente calpestati e che la solidarietà non venisse relegata solo alle belle parole o al giorno di Natale.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che le aziende che hanno alle loro dipendenze lavoratori e lavoratrici non licenzino qualcuno solo perché “costa troppo” o perché ha alzato la testa di fronte ai soliti ricatti.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che una lavoratrice incinta non venga obbligata con subdole minacce a scrivere la lettera di dimissioni; chi ha il coraggio, nonostante il futuro sia tutto meno che certo, di mettere al mondo un figlio o una figlia deve essere rispettata e portata ad esempio nei confronti di chi non ha più sogni o speranze e non perseguitata.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che il detto “ divide et impera” non facesse costantemente parte delle nostre giornate.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che i lavoratori e le lavoratrici fossero compatti, uniti nella difesa dei propri e degli altrui diritti. I diritti, oltre che i doveri, sono parte integrante della nostra vita e se non aiutiamo anche gli altri affinché i loro diritti vengano rispettati, non stiamo facendo nulla neppure per noi stessi. Non dovremmo mai dimenticare che gli altri alla fine non sono che i nostri figli, i nostri amici, i nostri parenti o semplicemente i nostri conoscenti e che i loro diritti sono anche i nostri.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che il rispetto - nel senso più ampio del termine - nei confronti delle persone venga prima sia degli interessi privati che di quelli di mercato.

Invece, in un periodo difficile come questo, l’unica cosa che conta è il dio denaro che va costantemente a braccetto con il vecchio detto “mors tua vita mea”.

Per uscire a piccoli passi da questo periodo buio, dobbiamo riprendere in mano la nostra vita in tutti i suoi aspetti, partendo da quello lavorativo e dai diritti ad esso collegati, fino ad arrivare ai rapporti interpersonali.

Aiutate voi stessi e gli altri a fare in modo che i datori di lavoro si comportino in modo corretto e rispettoso degli accordi sottoscritti e delle leggi vigenti.

Aiutate voi stessi e gli altri a fare in modo che i familiari stessi si rispettino, sempre e comunque.

Aiutate voi stessi e gli altri a denunciare le cose che non vanno, dai diritti, negati con tanta facilità, alla violenza che mai dovrebbe entrare nella vita delle persone. La violenza, tanto subdola quanto devastante. La violenza non solo fisica ma anche morale e psicologica. Avviene in tutti i luoghi che frequentiamo normalmente, partendo da quello di lavoro per arrivare alla famiglia ( indubbiamente la violenza più odiosa fra tutte).

Ma, vi chiederete, cosa possiamo fare?
Certe volte è sufficiente non voltarsi dall’altra parte, non far finta di non vedere o di non sentire. Non è più il momento di pensare “a me non può succedere “.

Se vedete che sul lavoro i diritti vengono negati, calpestati, derisi convincete chi ha subito un torto a rivolgersi a chi può dar loro una mano. La Fisac, e la Cgil tutta, con le varie categorie e i servizi Inca, Caaf e tutela legale, sono a disposizione di ognuno di voi anche solo per una consulenza.

I diritti che abbiamo non ci sono stati regalati.
I diritti che abbiamo sono merito delle lotte, anche molto dure, e dei sacrifici che tante persone hanno sostenuto per migliorare il presente e il futuro di tutti.

Non solo in un periodo difficile come questo, ma sempre, è meglio aggiungere vita ai giorni che non giorni alla vita.



giovedì 16 luglio 2009

Elisabetta Garilli - Ma che Musica, Maestra!

Intervista raccolta da Luciano LORINI
da
VERONAtime (Anno 5 Num. 45 - Maggio/Giugno 2009)


Elisabetta Garilli

L'esperienza didattica evidenzia l’importanza che la Musica riveste nella formazione umana. Un linguaggio potente, capace di integrare diversità, di promuovere autostima, di creare senso di appartenenza e orientare a progetti di vita. Da dieci anni i bambini veronesi che frequentano le primarie ricevono questo dono speciale, grandissimo e importante attraverso il progetto "Disegnare Musica".

Ideatrice e cuore pulsante di questo progetto è Elisabetta Garilli. Parlando con lei traspare evidente un grande amore per il suo lavoro. Ciò che ha realizzato in questi anni ha un che di meraviglioso e sublime. C'è di che inorgoglirsi. Eppure il suo parlare è dolce e permeato da una grande umiltà. I suoi occhi vivaci si illuminano quando il pensiero va ai suoi bambini. Non si può fare a meno di pensare che la sua presenza e il suo operato siano una grande fortuna per i nostri piccoli e per il futuro delle giovani generazioni.



- 10 anni di "Disegnare Musica", l'avresti immaginato? Come hai cominciato?

Non avrei mai pensato. Ho iniziato lavorando con bambini molto piccoli. Un giorno una mamma mi disse: “dovresti fare questo con i bambini delle elementari”. Fu come una folgorazione. In un solo giorno, di getto, immaginai "Disegnare Musica": i fondamenti, gli obiettivi, la didattica. Per due anni lavorai da sola, poi cominciarono ad arrivare altre richieste. Da qui iniziò la collaborazione con il Conservatorio, che indisse un bando interno, selezionando nuovi professionisti.
Realizzammo un Coordinamento e da lì alle dimensioni attuali. Oggi non sono più io, è tutta questa "famiglia" che si confronta di continuo. C'è dentro un'anima.

- Di cosa si tratta esattamente?

E' un'immensa progettualità che si propone di colmare l'assenza della Musica come materia di insegnamento nella scuola primaria. Con la presenza di
insegnanti diplomati, ci prefiggiamo di trasmettere ai bambini, tutti, senza distinzione, la forza e l'emozione del linguaggio musicale, indispensabile alla crescita e allo sviluppo armonico della persona. L'approccio utilizza percorsi di Musica d'Insieme, Musica e Narrazione, Musica e Intercultura, Musica e Interdisciplinarietà. L'obiettivo non è creare delle classi di musicisti. E' dare al bambino ciò che secondo noi è un diritto. Penso che chi nella vita è chiamato ad essere musicista lo diventerà, se avrà a fianco a sè delle persone che gli daranno humus per questo. Però qualsiasi bambino che riceve questo dono dall'infanzia, ha già un seme di luce dentro di sè. C'è già un gusto in bocca, non deve andarlo a ricercare, lo ha proprio. Nel momento in cui ha conosciuto quel gusto, non se lo dimentica, gli ritorna. Poi magari potrà dire "non mi interessa più", però l'ha ricevuto, ha nutrito qualcosa di sè. Io ci credo profondamente.

- Parliamo dei collaboratori. Quanti siete? E' passione condivisa o sbocco professionale? Come garantisci e controlli la qualità dell'offerta?

Siamo una squadra di 18 collaboratori. Ci anima una passione comune, profonda, perchè in realtà condividiamo veramente una poetica. E' vero, innegabile dire che lo si fa anche per mangiare: è il nostro lavoro. Però se non c'è un cuore che pulsa, non ce la fai. Noi controlliamo che questo cuore ci sia, è un requisito fondamentale. Abbiamo un Coordinamento settimanale a cui tutti partecipano costantemente. Si parla di didattica, di approcci. Non ci stanchiamo mai di ribadire il rispetto del bambino. E' fondamentale, e ti evita di prendere strade sbagliate.

Il team di Disegnare Musica

- Raccontaci un po' di te, delle tue esperienze, della tua formazione...

Sono contaminata da tante cose, mai solo da un'unica direzione. E sono attratta dall'essere umano. Potrei stare ferma ore per la strada a guardare le persone e sentire che sto "suonando". Io non riesco a separare la musica da quando suono, da quando insegno, da quando osservo. Non ce l'ho mai fatta fin da piccola, non riesco a concepirla come linguaggio separato dall'essere vivente, da ogni cosa che fa. Credo che una delle mie fortune sia stata quella di lavorare con artisti
stranieri. Ho avuto dei grandissimi maestri e tante occasioni di ricerca con stili e dimensioni differenti. Ho la fortuna di un bagaglio di esperienze che mi hanno regalato una visione ampia sul mondo e sulla Musica. Non ho una formazione specifica in ambito pedagogico. Sono formata proprio come musicista. La mia ricerca pedagogica è nata nel momento in cui ho cominciato ad insegnare. Culturalmente data dai maestri che ho incontrato, però profondamente avuta dalla pratica. Tutte le domande sono nate quando ho cominciato a fare pratica. E' una ricerca successiva che per me coincide con l'insegnamento. E se mi fermassi dall'insegnare non saprei più dare.

Elisabetta Garilli

- In occasione del Maggioscuola il Progetto ogni anno presenta alla città qualcosa di nuovo. Cosa avete in programma?

Quest'anno ci sono due percorsi differenti: “Viaggio nella notte blu” di Bimba Landmann (che sarà presente allo spettacolo, il 13 e il 14 maggio alle 14.00) rappresenta un momento molto intimo. Il capovolgimento del luogo comune del lupo cattivo, che fa della notte il luogo del
la fantasia. “La formica e l'uovo”, invece (15 maggio alle 14.00 e alle 15.45), è una forza che si esprime attraverso l'inimmaginabile. Cerchiamo di far capire come un libro fondamentalmente non si smetta mai di vederlo. E di sentirlo, perchè un libro può essere ascoltato anche attraverso i suoni. Non solo il suono della parola, ma anche dell'immagine.

Classi di bambini al Maggioscuola con Disegnare Musica

- C'è interesse al di fuori di Verona per l'iniziativa e per la sua struttura didattica? Un orientamento un po' più in alto, magari a livello ministeriale? Un lavoro fruibile come progetto pilota per un qualcosa di più grande, che possa cambiare gli orientamenti musicali per tutti i bambini delle primarie?

Al di fuori di Verona Disegnare Musica è conosciuto. E pure interessa. In provincia è già stato richiesto. Il problema è con quali forze esportarlo. Si potrebbe trasmettere come modello applicabile. Con risorse che però bisogna andare a creare. E questo richiede uno spazio/tempo per il quale in questo momento mancano davvero le energie. Per organizzarsi, creare nuove persone che abbiano coscienza, in sintonia costruttiva. Con il Conservatorio stiamo tentando di progettare e strutturare questo modello. C'è pure un riconoscimento del lavoro che stiamo svolgendo. L'anno scorso siamo stati a Roma a presentare Disegnare Musica alla commissione per le buone pratiche musicali presieduta dall' On. Berlinguer, dietro segnalazione della Regione Veneto come uno dei migliori progetti di Didattica musicale. I riconoscimenti li abbiamo avuti e c'è sensibilità nei nostri confronti. Speriamo.

- Oggi sono in molti a riconoscere al Progetto un indiscusso valore formativo, un'indispensabile pagina nella crescita di ogni bambino. In altri paesi d'Europa questo valore non è assolutamente in discussione. Da noi, invece, nonostante la premessa, si fatica sempre a trovare i fondi necessari per continuare e ogni anno la vita stessa del Progetto è rimessa in discussione. La tua idea a riguardo?

E' difficile. Siamo costantemente sospesi ad un filo. Anche se crediamo profondamente in questa sensibilità che si è aperta. Siamo sostenuti dalla Fondazione Cariverona, dall'Accademia Filarmonica, dal Comune (Assessorato all'Istruzione), dai genitori, dalla Regione. Sentiamo che c'è una netta approvazione e condivisione. Perciò siamo sospesi, è vero, ma proiettando una forte speranza, sempre. Anche se poi questo vuol dire arrivare a settembre/ottobre senza sapere del futuro. E magari nel frattempo rinunciare a qualsiasi lavoro arrivi, in nome di questa fede. Ma tant'è; noi ci crediamo davvero.


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"Chi è"


Diplomata in pianoforte al conservatorio di Genova e in possesso della Maturità Artistica, studia pianoforte jazz con Giorgio Gaslini, voce e tecniche di improvvisazione strumentale e vocale con Bob Stoloff e Anna Bakja con cui ha collaborato nella ricerca sul suono vocale e sulla biorisonanza, ha suonato con jazzisti internazionali quali M. Waldron, R. Sellani, A. Zambrini, L. Agudo, F. D’Auria, ha collaborato quale insegnante agli Stages Internazionali di Spazio Musica, è stata ammessa al Programma per Artisti Professionisti a Roma da D. De Fazio. Da oltre dieci anni dedica la propria ricerca alla valorizzazione del ruolo della musica nei processi di apprendimento. È ideatrice e coordinatrice, quale esperta di didattica musicale applicativa, del Progetto Disegnare Musica, è autrice di racconti e musiche per bambini, di colonne sonore per cortometraggi e di spettacoli didattici realizzati all’interno di rassegne quali Maggioscuola e Mondadori Junior Festival. Tiene corsi di formazione e seminari sulle tematiche dell’apprendimento ritmico-corporeo, tattile-uditivo e del paesaggio sonoro. E' docente nella scuola internazione di danzaterapia Si.Danza e affianca Pio Campo nei progetti internazionali di ricerca e formazione che indagano i linguaggi averbali.

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Let's go


Gran Guardia (Maggioscuola) - 13 e 14 maggio alle 14.00 - “Viaggio nella notte blu”

Gran Guardia (Maggioscuola) - 15 maggio alle 14.00 e alle 15.45 - “La formica e l'uovo”

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Infos

www.disegnaremusica.it

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lunedì 8 giugno 2009

Il prezzo della divisione [elezioni]

di Concita De Gregorio (direttrice de "l'Unità")
da l'Unità
(08 giugno 2009 - Editoriale "Filo rosso")

L’Europa vira a destra e non vota. Mai un’affluenza alle urne così bassa. In Italia meglio che altrove, tuttavia: sei su dieci. Poco più della metà degli italiani. E gli altri, l’altra metà? Basta, hanno esaurito il credito. Disamorati, disillusi, esausti. Stanchi di parole. Impoveriti e ingannati dall’illusione piccola così di poter vivere chiudendo le porte di casa, di guardare dentro e non più fuori, di pensare a campare e vadano tutti in malora tanto per mecosa cambia. La democrazia è un lusso, questo ci dice per prima cosa il voto di ieri. È un bene prezioso che prospera dove non mancano pane, lavoro, sicurezza, casa. In assenza dei beni essenziali, in presenza di rabbia diffusa e di colossale stanchezza la democrazia diventa bene superfluo. Che se ne occupino gli altri, quelli che hanno tempo da perdere quegli stolti che ci credono ancora. Ecco il pericolo vero. Impoverire un paese, poi ingannarlo, poi piegarlo, poi ipnotizzarlo infine zittirlo fino a che non tace da solo. Fa silenzio, la metà del paese. È la prima sconfitta della politica.

La seconda lezione viene dall’altra metà, quelli che hanno votato. La cautela dei dati provvisori impone prudenza ma è chiaro che crescono nei due schieramenti i partiti della «rabbia sociale»: il localismo xenofobo della Lega e il richiamo alla giustizia e alla legalità dell’Italia dei Valori. Due forme molto distinte e distanti di appello alle viscere dell’elettorato, agli umori facili da sollecitare e difficili, poi, da governare nella politica costretta alle alleanze. Demagogia, populismo dirà qualcuno. Nel rispetto di chi si riconosce nelle posizioni di Bossi e nella comunanza di valori con chi ha votato Di Pietro - moltissimi elettori di sinistra delusi dal resto dei partiti - si deve però osservare come il consenso raccolto dalle due ali «radicali» degli schieramenti sia un consenso di reazione e per così dire prepolitico, o meglio post-politico. Vedremo i flussi, ma è sensato pensare che molti degli elettori della Lega vengano dai delusi da Berlusconi e dagli orfani di Fini, sparito dalle schede, oltreché da una classe media e operaia spaventata dal fluttuare evanescente di quella che al Nord fu la sinistra. Gli elettori di Di Pietro sono certo antiberlusconiani in fuga dal compromesso, opposizione drastica non rappresentata dalla sinistra della moderazione e non sempre, comunque, opposizione di sinistra in origine. La crescita di Lega e Idv parlano di un disagio nuovo in quel che resta del vecchio elettorato: un difetto di rappresentanza nelle case d’origine. La sinistra a sinistra del Pd paga il prezzo delle divisioni, un costo salatissimo e si spera ultimo pegno alla logica dei distinguo tra chi sia più puro. Divisi si perde.

Infine, le considerazioni principali:Berlusconi e Fini ballano molto al di sotto del 40 sperato, forse sotto il 35, una sconfitta vistosa. Il Pd di Franceschini regge sopra il 26, assai più di quel che i profeti di sventura, dentro e fuori dal partito, si auguravano per calcoli meschini. È una bella speranza di crescita per un neonato dato per spacciato. Il cammino ora riparte da qui: verso quelli che se ne sono andati. Il Centro viaggia da solo. Quel che bisogna ritrovare a sinistra è l’unità. Poi ci sono i quattro su dieci che non hanno votato. La partita della democrazia si gioca a casa loro.

martedì 21 aprile 2009

La trappola di nome economia


di Roberto Mancini
da a
ltreconomia (Num. 99 - Novembre 2008 - Rubrica "Idee eretiche")

La trappola di nome economia. Questa oggi è la tortura per la vita delle persone, dei popoli, della natura. La più grande causa di infelicità. Più è virtuale, futile, distruttiva e più decide del destino di tutti con forza apparentemente inesorabile.
Che poi presto si rivela apertamente, come oggi, la forza tragica del vortice in un naufragio.


Non è che sia un male l’economia in sé. Anzi, essa dovrebbe essere l’arte della cura per le basi materiali della convivenza. Il vanto di questa economia di servizio sarebbe quello di riuscire a non escludere, a non precarizzare, a non affamare nessuno. Il punto è che l’economia capitalista costruita nei secoli più recenti dall’Occidente come sovracultura globale è un’economia completamente e intrinsecamente perversa. Il suo dinamismo storico si sintetizza nella riduzione della società a economia e dell’economia a capitalismo distruttivo. L’indole necrofila di questo sistema si coglie inoppugnabilmente già dall’enorme contraddizione per cui l’economia attuale potrebbe eliminare la fame e invece la produce. È un delirio che viene dall’antica abitudine a organizzare la vita secondo la logica del dominio. Max Horkheimer e Theodor Adorno, ricostruendo il percorso storico-concettuale di tale abitudine collettiva, scrivono: “Il dominio sopravvive come fine a se stesso in forma di potere economico” (Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, p. 110). Perché il dominio radicale, il dominio puro, assume nella società proprio la forma dell’economia?


Di tutte le sfere di esperienza dell’essere umano, l’economia è quella che riguarda la sopravvivenza. Ma la sopravvivenza fine a se stessa è tutt’altro che naturale. Quando viene posta come scopo unico dell’esistenza, si deforma la condizione umana. La vita, nell’anelito che la fa respirare -cioè la vita umana ma anche la vita della natura- non cerca solo la sopravvivenza, tende a una condizione nuova, liberata dal male e dalla morte. Ridurre ogni cosa a economia significa fabbricare un sistema in cui la sopravvivenza bruta si sostituisce alla vita e, ancor più, a ogni possibilità di vita vera e di felicità condivisa. Se siamo un tessuto di esseri unici, tutti legati tra loro e tendenti a una liberazione integrale, ridurre la condizione dei viventi alla trappola dell’economia capitalista significa isolare ogni filo del tessuto. E costringerlo a fare qualsiasi cosa per continuare a sussistere in questo stato contronatura e disumano.
La sopravvivenza diventa lo sforzo di vivere al di sopra degli altri, senza e contro di loro. Una sopravvivenza selettiva, incompatibile con la convivenza.
Perché non ci ribelliamo a questo tremendo sortilegio di carta? Capire le cause di questa specie di epocale sindrome di Stoccolma è essenziale per uscire dalla trappola. Elenco brevemente le sette cause che ritengo più importanti:

  1. l’angoscia diffusa che fa guardare alla vita solo come a un tentativo di sopravvivere per il tempo più lungo possibile;

  2. l’illusione che si possa vivere per se stessi e separati dagli altri, indifferenti alla loro sorte;

  3. l’attrazione esercitata dai vantaggi materiali che questa economia assicura a pochi e promette a tutti;

  4. la giustificazione ideologica universale, che presenta questo sistema come “non ideologico”, ma naturale, razionale, vantaggioso e necessario, al punto che le stesse religioni non riescono a vedere che il capitalismo è ateismo puro;

  5. il sentimento collettivo di impotenza a cambiare per trovare un’altra forma di economia, nell’errata concezione per cui l’unica alternativa possibile al capitalismo, già da tempo sconfitta, sia stata il socialismo statalista;

  6. il permanente ricatto che grava su chiunque, per cui si crede che chi disobbedisce agli imperativi dell’economia globalizzata finisce in rovina;

  7. la messa fuori gioco della politica come strumento democratico per cambiare le cose e regolare il corso dell’economia, organizzando con giustizia la convivenza di tutti.

Trovare la via per uscire dalla trappola esige la comprensione di queste cause e l’individuazione operativa di risposte che le superino. E richiede la percezione del senso della vita personale e collettiva, la passione e il coraggio di cambiare, la fiducia in un futuro diverso, la memoria del perché, anzi del per chi vale la pena di agire altrimenti. L’altra economia è un sogno a occhi aperti, ma è anche un dovere.


Roberto Mancini insegna Filosofia teoretica all'Università di Macerata. Dirige la collana "Orizzonte filosofico" della Cittadella editrice di Assisi. E' membro del Comitato scientifico delle Scuole di Pace de3lla Provincia di Lucca e del Comune di Senigallia (AN). Il suo ultimo libro è "La buona reciprocità. Famiglia, scuola, educazione" (Cittadella editrice, 2008).

martedì 17 marzo 2009

Treni d'oggi e vecchie ferrovie

Tratte abbandonate, tariffe impazzite, viaggi disagiati,
utenti trascurati. E i ciclisti?... dimenticàti!

di Luciano LORINI
da
Ruotalibera (Num. 111 - Marzo/Aprile 2009 - Rubrica "Treno e bici")


Il momento di difficoltà che stanno attraversando attualmente le nostre Ferrovie è sotto gli occhi di tutti, basta aprire un giornale per rendersene conto. In occasione della pubblicazione dell'ultimo orario ufficiale numerose sono state le voci di preoccupazione che hanno segnalato all'opinione pubblica cali di servizio e aumento dei disagi (e dei costi) per molte categorie di utenti, pendolari in testa.


Che cosa sta succedendo?
Sembra quasi che la mission aziendale del Gruppo Ferrovie dello Stato (lo slogan recita "Quando il trasporto si fa impresa al servizio del Paese" - forse manca il punto interrogativo) non sia più quella di fornire tale servizio al viaggiatore in generale, bensì di focalizzarlo ad un certo segmento in particolare, in grado di ripagarsi completamente, quello business. Per privilegiare il quale si aumentano le corse redditizie a scapito di quelle meno remunerative (che però trasportano la maggior parte dei passeggeri: 88 su 100 infatti viaggiano su treni locali). Un biglietto ES di prima classe Milano-Roma, per esempio, costa 81 euro sola andata (93 la nuova Freccia Rossa) mentre un mese di abbonamento regionale entro i 150 Km solo pochi euro in meno...

Sensibili sul tema (non dimentichiamo che non è consentito il trasporto delle biciclette sui treni Eurostar) non possiamo non considerare le potenzialità che il trasporto ferroviario locale rappresenta per gli spostamenti quotidiani di un vastissimo bacino di utenti, pendolari (in aumento) ma non solo. Potenzialità di fatto sprecate, spesso nemmeno considerate da Trenitalia. Non è dato conoscere quale sia il disegno finale, il piano di sviluppo ferroviario che certo management ha in mente. Ma fatte certe considerazioni, la percezione non è certo ottimistica.


Mancano investimenti
. Nel dettaglio si osservano: "dimenticanza" di partite nel bilancio dello Stato e miseri contributi dalle Regioni (molto più bassi del virtuoso 1% cui tendono molti paesi europei) che di fatto ingessano il sistema dei trasporti ferroviari (fonte: Legambiente
- Rapporto "Pendolaria"). Ma soprattutto mancano sensibilità e lungimiranza per rendere il trasporto su rotaia più integrato e moderno. I punti di attenzione in agenda riguardano: puntualità, frequenza, comodità e pulizia dei treni, organizzazione dell’intermodalità e accessibilità delle stazioni. Gli ultimi due vedono impegnata la FIAB, sia a livello nazionale sia in ambito locale, con numerose attività e manifestazioni dedicate a sensibilizzare l'opinione pubblica e mantenere un adeguato livello di attenzione alle esigenze degli utenti ciclisti. Ne parliamo brevemente.

Il viaggiatore ciclista, sia esso turista o pendolare, necessita ovviamente di poter trasportare la bicicletta sui convogli. Allo scopo non basta una dichiarazione sull'orario o un adesivo sulla fiancata del vagone; occorrono tutta una serie di provvedimenti volti a concretizzare questa possibilità. I convogli abilitati dovrebbero aumentare, senza limitazioni di tratte ed orari. Le stazioni dovrebbero consentire un accesso agevole e ben segnalato ai binari. Anche le strutture accessorie (i parcheggi) dovrebbero tener conto delle esigenze di chi magari non si porta diertro il mezzo, ma ugualmente raggiunge la stazione pedalando (ricordate l'annosa questione sul progetto di rinnovamento del piazzale antistante la Stazione di Porta Nuova e relativo parcheggio biciclette - coperto? custodito?). Ovvero: la bicicletta dovrebbe essere benvenuta, sempre. Purtroppo capita spesso che non lo sia ed ecco allora che noi AdB di Verona, duri e irriducibili, per saggiare di continuo lo stato di salute del progetto intermodalità di Trenitalia, organizziamo numerose gite Treno+bici, il cui nome esprime bene il concetto e anticipa già buona parte dei contenuti. Con i medesimi intenti, a livello nazionale viene proposta, da quasi dieci anni, la giornata Bicintreno a sostegno del trasporto integrato, cui parteciperemo anche noi veronesi (il 13 aprile - v.programma). Il non rassegnarsi ad una situazione che di fatto è sconsolante vuole proprio essere stimolo a non trascurare queste istanze. La posta in gioco è altissima: il cammino di progresso civile e la credibilità del nostro Paese in ambito internazionale. Oltre a un non trascurabile effetto economico dovuto alla crescita dimostrata del cicloturismo in questi ultimi anni. Alcuni segnali preoccupanti stanno purtroppo già arrivando: sono le lettere di protesta che i cicloturisti stranieri inviano alle nostre sedi, dopo aver avuto notizia dell'impossibilità di entrare ciclomuniti in Italia dalla Svizzera, a bordo dei treni Cisalpino (e altri gestori si son già ritirati a causa dell'aumento delle tariffe di transito richieste da RFI).


Un altro argomento attinente riguarda le Ferrovie dismesse, ovvero quell'immenso patrimonio abbandonato (oltre 5.000 Km) che sarebbe facile, economico, opportuno riconvertire per la creazione di una rete di mobilità dolce, aperta a pedoni, ciclisti, cavalieri, utenti a mobilità ridotta. Un progetto di legge per il riuso di questo patrimonio è stato presentato in Parlamento nel febbraio 2007, assieme ad una petizione popolare con oltre 6.000 firme. A supporto di questa iniziativa, la FIAB (aderente alla Confederazione per la Mobilità Dolce - Co.Mo.Do.) partecipa alla Giornata Nazionale delle Ferrovie Dimenticate, giunta quest'anno alla seconda edizione. Ricordando a riguardo l'impegno ormai pluriennale sul fronte della Treviso-Ostiglia, gli AdB di Verona hanno pedalato insieme
(il 1 marzo) per promuovere la ciclabilità dell'ex ferrovia Dolcè-Volargne e il collegamento ciclabile della Val del Tasso con il nuovo Bicigrill di Affi.

domenica 8 marzo 2009

Economia e individualismo


di Roberto Mancini
da a
ltreconomia (Num. 101 - Gennaio 2009 - Rubrica "Idee eretiche")

Economia e individualismo. Le due cose sembrano tutt'uno. Il dogma vuole che, soprattutto nella sfera economica, ciascuno veda e curi solo il proprio interesse, senza considerazione per quello degli altri, anzi senza considerazione degli altri come tali. L'illusione che si possa fare di se stessi il senso di tutto, mantenendosi indifferenti e separati dagli altri, è una delle barriere psicologiche e culturali da superare per costruire un'altra economia. L'individualismo è l'egoismo divenuto cultura, visione del mondo, criterio di ogni razionalità. Veicolata dalla paura di restare indietro rispetto agli altri, che poi diviene l'avidità di affermarsi senza di fatto essere mai se stessi, la mentalità individualista si insinua sin dall'infanzia, per esempio fin dalla nascita di un fratello o di una sorella. L'egoismo è una patologia, è anzitutto il fallimento nel cammino di scoperta di sè, del proprio valore, della propria dignità.

La natura illusoria della mentalità individualista è evidente. Intanto perchè basta uno sguardo attento alla srtoffa della società per cogliere che l'individualismo è solo il suo disegno superficiale, ma la trama essenziale è la massificazione. L'individuo è una formica del grande formicaio: più si adatta a testa bassa, diventa flessibile e compete, e più perde il senso della relazione. E' soprattutto sul piano antropologico che l'individualismo è illusorio. La persona umana nasce dalla relazione tra una donna e un uomo, cresce e matura le sue facoltà partecipando alle relazioni con gli altri, è in se stessa una vivente relazione di nuclei del proprio essere come il corpo, il cuore, la ragione, la coscienza morale, l'anima come identità profonda e come libertà originale in ciascuno. Una creatura così costituita tende, per sua vocazione, all'armonia in tutte le sue relazioni fondamentali, interiori e interpersonali. Se al contrario essa è indotta a esistere in maniera antitetica alla struttura relazionale del proprio essere, si adatta a una forma innaturale di vita, falsifica e deforma la sua personalità, si riduce a esistere sempre e solo per sopravvivere, sacrificando il fine autentico dello stare al mondo: diventare felici alimentando la felicità di altri.

Tuttavia, il fatto che si tratti di una logica innaturale e illusoria, non significa che essa non sia potente e capace di avvolgere, come una fitta nebbia, non solo i singoli, ma anche i gruppi, soggetti collettivi e, quasi interamente la stessa società. Sono davanti agli occhi di tutti i disastri causati dalla logica identitaria di gruppi religiosi, etnici, ideologici, politici che vogliono affermarsi attraverso il conflitto contro tutti coloro che rappresentano "gli altri". Il primato del "noi" piuttosto che quello dell' "io" non migliora affatto le cose, ne moltiplica gli effetti negativi. Neppure la pratica del cosiddetto "volontariato", termine che sempre più fa acqua per la sua indifferenziazione e ambiguità, sa efficacemente aprire lo spazio di una socialità realmente guarita dall'individualismo. Si può fare volontariato e rimanere individualisti nella mentalità e nello stile di vita.

Quale antidoto trovare a questa epidemia dell'io o del noi autoreferenziali?
Le radici dell'individualismo sono antiche e rafforzate di continuo. Quindi altrettanto precoce e costante deve essere la cura per la cultura della condivisione. Famiglia, scuola, associazioni educative sono i luoghi di fioritura dell'umanità relazionale di ognuno. Genitori, insegnanti, educatori sono i protagonisti di questa svolta, che è sempre possibile dove le persone crescono in situazioni di dialogica della vita quotidiana. Al centro dei percorsi educativi tipici della cultura della relazione dovranno essere posti l'acquisizione dell'autentico senso di sè, l'apertura al senso del vivere in comunità e, in particolare, la maturazione della capacità di identificazione di se stessi nella condizione dell'altro, anzi dell'ultimo di una situazione data.

La guarigione dall'individualismo infatti non accade solo perchè si scopre il valore degli altri in genere, ma soprattutto quando non si ha paura di guardare e di sentire le cose dal punto di vista di chi viene emarginato, scartato, giudicato. Chi ha nella coscienza una visione nitida e nel cuore un bene sufficiente per sentire la vita insieme all'altro messo più in basso, costui è veramente guarito dall'individualismo e il suo agire porta frutto non solo per il suo prossimo, ma per tutti.

Roberto Mancini insegna Filosofia teoretica all'Università di Macerata. Dirige la collana "Orizzonte filosofico" della Cittadella editrice di Assisi. E' membro del Comitato scientifico delle Scuole di Pace de3lla Provincia di Lucca e del Comune di Senigallia (AN). Il suo ultimo libro è "La buona reciprocità. Famiglia, scuola, educazione" (Cittadella editrice, 2008).

venerdì 12 dicembre 2008

Il canto del grande schermo

L’Ecclesia Nova rivisita le colonne sonore più significative

di Luciano LORINI
da
VERONAtime (Anno 5 Num. 42 - Dicembre 2008/Gennaio 2009)

E' un concerto bellissimo, questo
Ciak… si canta. Di più: uno spettacolo completo, godibile e curato sotto ogni aspetto. Non solo musica e canto per la delizia delle orecchie, ma anche costumi, coreografie, luci per l'appagamento della vista e del cuore. Se ne esce, insomma pienamente soddisfatti e convinti. Chi afferma che il mondo corale non ha più nulla da dire si sbaglia di grosso.

Protagonista della messa in scena è l’
Insieme Corale Ecclesia Nova, un coro che si muove (e ci voleva!, brava la coreografa Tatiana Cazzadori), affascina, cattura, conquista. Vivace e mai sguaiato, "allegro ma non troppo"... Tecnicamente il risultato è sorprendente. Convincente assai per la pulizia del suono e la ricerca espressiva, praticamente perfetto per quanto riguarda l'intonazione. Pure efficace ed equilibrato l'utilizzo dei bravissimi solisti.

E d'altra parte non sarà certo un caso se nel recente 5° Festival della Coralità Veneta, organizzato dall'ASAC lo scorso ottobre proprio qui a Verona, formazione e direttore han fatto man bassa di premi (- premio speciale per la scelta della composizione d’autore ritenuta più interessante - premio speciale per il miglior direttore, «distintosi per particolari doti tecnico-interpretative» - primo posto nella categoria “Repertorio Polifonico d’autore sacro e/o profano” - Gran Premio del Festival)...

Il direttore, appunto. Giovanissimo e promettente, l'entusiasta
Matteo Valbusa sta conducendo per mano i suoi cantori alla ricerca della perfezione. E' pur vero che l'aiuto del Maestro Mario Lanaro, che l'ha sostituito nel ruolo di direttore ospite alla guida del coro lo scorso anno, durante un suo lungo periodo di studio all'estero (in Finlandia, presso l'accademia Sibelius), potrebbe aver lasciato un'impronta non indifferente ma, si sa, un coro è una realtà complessa, una materia in perenne divenire e una buona mano da sola non basta a imprimere la "svolta". Ci vogliono i coristi, la materia da plasmare, la "stoffa" per l'abito che si ha in mente. Allora sì che l'artista, il sarto, riesce nell'impresa creativa. Di questo, probabilmente, va reso merito non solo ai direttori, ma anche ai coristi tutti, nessuno escluso.

Il programma dello spettacolo è ricco, completo e variegato. E' suddiviso in tre grandi blocchi (Walt Disney, il Musical, i Film), intermezzati da letture (
Mara Asmundo) e momenti musicali strumentali (con il violino di Silvia Bisin e il pianoforte dell'ottimo Federico Donadoni) ad accompagnare alcune coreografie della solista Valentina Dolci. La scelta dei brani è quantomai azzeccata e strizza l'occhiolino ai nostri ricordi, riportando a galla memorie sopite della nostra infanzia (e non solo). Gli arrangiamenti corali del Maestro Lanaro sono, come al solito, impeccabili: delicati, incisivi quando serve, sempre e comunque dei piccoli capolavori compositivi.

E' palese l'invito a non mancare, di sicuro non ve ne pentirete!


Venerdì 2 gennaio 2009 - ore 21.00
Teatro Vittoria - Boscochiesanuova - VR
www.ecclesianova.it
- info@ecclesianova.it


martedì 11 novembre 2008

60 ore a settimana


Orari di lavoro a 60 ore la settimana: un dovere morale?

da Informazioni FISAC-CGIL (Anno XXI - Ottobre 2008)


Il sabato interamente festivo fu introdotto, primo in Italia, nel 1957 in Olivetti. L'orario scendeva di fatto a 40 ore la settimana a parità di salario: un netto progresso sociale. La lunga marcia per ridurre l'orario di lavoro, iniziata nella seconda metà dell'800, ha trovato, con le 35 ore introdotte in Francia, il punto di arrivo più avanzato.
Ora sembra che il nuovo dogma della competizione globale abbia spinto i ministri europei del lavoro ad una netta svolta: è stato raggiunto un accordo che permette ai paesi membri di prolungare l'orario di lavoro a 60 ore la settimana. Naturalmente nessuno parla esplicitamente di obbligare i dipendenti a lavorare sino a 25 ore in più la settimana: l'orario potrà essere incrementato se il lavoratore darà il suo consenso o se il prolungamento verrà previsto da un accordo tra parti sociali o dalla legislazione nazionale.

Nel nostro caso, l'effetto combinato di questa previsione unitamente agli "sconti" del governo italiano per chi fa lo straordinario, può trasformarsi in una forma di ricatto verso coloro che, per diverse ragioni, non possono dire di no, accentuando le disuguaglianze tra chi ha un lavoro stabile, ed è rappresentato dai sindacati, e chi ha un lavoro precario oppure tra chi lavora in grandi aziende e chi invece opera in realtà imprenditoriali di minori dimensioni.

Le conseguenze sui tempi comunitari, sociali e familiari sarebbero pesanti, un completo spaginamento, con una contraddizione evidente: come può l'Europa chiederci contemporaneamente di lavorare di più e di avere più figli?
Con ogni probabilità l'incremento delle ore lavorate finirà per svantaggiare ancora una volta le donne, già poco presenti nel nostro mercato del lavoro. Al lavoro subordinato che ha perso, in questi ultimi anni, potere di acquisto e posizioni nella classifica sociale, ora si chiede di accrescere l'orario. Questo fatto sembra confermare la tesi secondo cui maggiore è la disuguaglianza più sono le ore lavorate.

Tra l'altro pare davvero poco intelligente puntare su misure di teorico aumento della produttività in chiave quantitativa anziché introdurre elementi di qualità nel sistema economico. Ancora una volta sembra si tratti di percorrere la strada meno alta della competitività, non comprendendo che questo è un terreno sul quale le imprese e le saocietà europee non avranno mai la possibilità di primeggiare.


L'accordo dei Ministri europei sul prolungamento degli orari del lavoro dovrà essere approvato dal Parlamento di Strasburgo che, in tema di affari sociali, si è in varie occasioni dimostrato più avanzato sia della Commissione europea, sia del COnsiglio dei Ministri del Lavoro. Non è scontato che questo accordo sia approvato, ma possiamo affermare che il netto progresso sociale, inaugurato in Italia da Adriano Olivetti, rischia di fare un altro salto all'indietro, alle condizioni che in Europa esistevano un secolo e mezzo fa, ovvero verso quele che oggi si osservano in India, Cina, Messico...

venerdì 7 novembre 2008

Società di tutti


«Cercate il bene della città…»
(Geremia 29, 7)

di Alfredo Berlendis
da Riforma (Anno 144 - numero 37 - 26 settembre 2008)


CHE ci fa l’ora di religione nella scuola? In molte chiese protestanti di altri Paesi l’ora suddetta è presente, e noi rispettiamo tale scelta. Noi partiamo dal presupposto che la laicità sia un valore
che tutela tutta la cittadinanza. Si attende che, nelle alte sfere (in particolare da parte dell’attuale Governo ) si legiferi secondo l’art. 8 della nostra Costituzione. Per valdesi-metodisti e battisti la laicità esclude l’insegnamento confessionale nella scuola pubblica. L’onnipresenza cattolico-romana è, se non erriamo, criticata da molte parti. Non solo da noi.

L’AUSPICIO è che nella scuola si impartiscano lezioni su tutte le fedi viventi. Si faccia insomma della storia e non della catechesi. Il grande vantaggio per tutta la popolazione, pensiamo agli extracomunitari, è lampante. Mentre preghiamo perché la conversione muti il disprezzo dei poveri, dall’infanzia a una morte prematura, di cui, le ingiustizie sociali sono spesso i boia di turno,
diamoci da fare, sia con la protesta sia con ogni forma possibile di solidarietà.

NON siamo soli in questa battaglia. Con noi ci sono anche valenti cattolici che esercitano una critica consapevole, che amano distinguere la sfera dello Stato che è di tutti da quella della religione che è di alcuni. Cattolici che optano per un insegnamento pluralistico, ossia di tutte le religioni. Pensiamo alle bimbe e ai bimbi, che crescono spessissimo con una «monocultura» religiosa. Che anziché crescere nel rispetto di tutti, perché questo è il risultato, passano da bimbe e bimbi, che varcano la soglia delle diverse stagioni della vita, a una condizione di ignoranza che non può che predisporre le loro menti all’intolleranza.


GIACCIONO in Parlamento varie proposte di Intese da parte di varie religioni. Giace, appunto, da oltre sei decenni, l’attuazione dell’articolo ottavo della Costituzione, quello che afferma a chiare lettere che «tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge». Non se ne viene a capo. A onor del vero si sono fatti alcuni passi avanti, ma francamente se ne potevano fare molte di più. Si doveva, per una concezione egualitaria, per una convivenza «civile», attuare tale articolo! Non si può che restare allibiti, davanti a tale indifferenza, che non ode l’angoscioso appello all’eguaglianza, di tutte le persone di civico buon senso.


IL civico rispetto di tutti, la Parola di Dio che interpella le coscienze dei credenti, sprona a leggi giuste, equanime, con una attenzione sollecita. Specie per i più diseredati.
La parola profetica: «…cercate il bene della città (...) e pregate per essa» ci spinge a costruire una società plurale in cui le differenze, anche religiose, siano valorizzate e non represse. Convinti, come siamo, che da Dio viene il bene della società e dell’umanità.

mercoledì 5 novembre 2008

La rivincita dell'intelligenza

Traggo dall'articolo omonimo di Vittorio Zucconi (Repubblica - Speciale elezioni USA) questo brillante e pungente passaggio, invitandovi alla lettura di tutto il resto.

... sappiamo che finalmente nello Studio Ovale siederà qualcuno che conosce la differenza fra un libro e una sega a motore, che non considera la cultura e la sintassi come espressioni di "fighettismo", secondo l'atroce neologismo caro ai duri e puri. Non uno "come me", ma uno migliore di me, capace di ascoltare, ma anche di riflettere e di circondarsi di persone delle quali non teme la concorrenza, perché non soffre di complessi di inferiorità...

... l'elettorato americano ha punito il partito Bush, dando, insieme con la Casa Bianca, una schiacciante maggioranza di seggi ai Democratici nella Camera e nel Senato. Ha respinto otto anni di mediocrità spacciata per grande visione morale, ha rifiutato offeso l'assurda candidatura di una governatrice di provincia che le donne americane hanno preso come un insulto, portato da chi - maschilisticamente - crede che le donne votino soltanto nel segno del loro genere e non nella scelta della persona migliore per loro stesse e le loro famiglie. Ma soprattutto ha detto che era stanco di essere trattato come un gregge di idioti contenti di essere governati da un compagno di bicchierate che li fa sentire meno stupidi.

La democrazia non deve scegliere geni o premi Nobel ma neppure cadere nella tentazione del gioco al ribasso e all'instupidimento collettivo dei venditori di barzellette e di perline...



Immagino che ogni riferimento a persone e fatti accaduti sia volutamente casuale... :-)

Speranza e progresso


Papà, papà, ha vinto Barack Obama!
Sono le sette del mattino, sono ancora sotto la doccia, ma mio figlio (10 anni) come prima azione del giorno ha acceso la TV (nota bene: non è abitudine in casa nostra) alla ricerca della notizia tanto attesa.

Il suo entusiasmo e la sua partecipazione, oltre alle goodnews, of course, mi hanno illuminato la giornata e regalato una ventata di ottimismo.

Buon lavoro, Barack; buona fortuna, mondo!

sabato 1 novembre 2008

Son cose che fan piacere...

Dipendente di un grande gruppo bancario, ricevo anch'io la mia razione mensile di buoni pasto. I quali, ormai da diversi mesi, sono stati scoperti essere un potente veicolo pubblicitario, in grado di raggiungere in modo diretto una parte consistente di popolazione consumatrice, perlopiù a medio-alto reddito (vista l'attuale media nazionale in netto calo e supponendo che anche i nostri dirigenti percepiscano la loro quota di buoni... ;-)). Si sprecano quindi i messaggi di ogni tipo, dai tour operator online agli abbonamenti, dai fitness center ai servizi di consegna floreali. Al punto che, nei periodi di magra estiva, quando cioè la spettanza in buoni pasto per il sottoscritto (a causa di ferie e congedi parentali) scende a poche unità, il blocchetto ugualmente pesa così tanto che al ritiro potrei pensare di andarmelo a consumare al Dodici Apostoli...

Purtuttavia non manca la pubblicità progresso.
E si tratta di un messaggio non sponsorizzato, a cura della stessa Sodexo, quale semplice suggerimento (immagino) ad un vivere più
gradevole e sostenibile. Lodevole iniziativa, cui plaudo incondizionatamente. E da Amico della Bicicletta quale sono, condividendo appieno il messaggio, ve lo evidenzio e ripropongo.


Usando la bicicletta si ottengono molti benefici: si risparmiano soldi e tempo, si salvaguarda l'ambiente e si migliorano forma fisica, salute e umore.

Andare in bici ha molti effetti positivi: tra gli altri, stimola le
relazioni umane, migliora la fiducia in se stessi, ci aiuta a scaricare lo stress e a ricaricarci di energie. Tonici e al tempo stesso rilassati si è nella condizione ideale per affrontare al meglio anche gli impegni di lavoro.

Si può scegliere la bicicletta come
mezzo di trasporto, esclusivo o prevalente, in molte situazioni: per andare al lavoro, per fare una passeggiata, persino per andare in vacanza. Si risparmiano così tempo e denaro, si guadagna in salute e bellezza.


Di seguito l'headline (direi che si meritano la citazione):
Sodexo PASS - Making every day a better day.

Se andate in bicicletta, è garantito! Ciao ciao

martedì 21 ottobre 2008

Beppe Grillo a Verona - 20.10.2008


Com'è stato lo spettacolo di Beppe Grillo?

Indubbiamente significativo; il momento storico e l'attuale congiuntura economica, d'altra parte, offrono parecchi spunti ad una lettura critica dei nostri stili di vita, del nostro modello di produzione e consumo...

In fondo, non è stato detto nulla di nuovo. Le critiche alla finanza e ai suoi trucchi le avevamo sentite già molto tempo fa, da più parti (molte delle quali fonti dichiarate del caro BG), solo che probabilmente avevamo le orecchie sintonizzate su altre frequenze... Oggi forse è risultato più facile ascoltare concedendo quantomeno il beneficio del dubbio... Personalmente, poi, in quanto lettore di lungo corso della rivista Altreconomia (che suggerisco quale buona stampa) devo riconoscere che la voce che si leva da queste pagine non è certo mai somigliata al canto delle sirene: mi considero pertanto già ben sensibilizzato sugli argomenti...

Giova in ogni caso a tutti risentire certi ritornelli. E fa bene al cuore pensare che molti dei cinquemila presenti al palasport (considerando pure il basso livello del senso critico delle nostre masse) non avevano probabilmente mai sentito parlare di certi argomenti, dal momento che la nostra informazione è a dir poco imbavagliata.

La prima parte della serata è stata tutta dedicata a economia e finanza, nonchè a politica e malgoverno. Il male di cui soffre l'Italia, dice il comico, è principalmente (ma non solo) l'avidità dei suoi governanti i quali, spinti da sentimenti tutt'altro che nobili, e dimentichi della delega ricevuta, divorano insaziabili le risorse che dovrebbero alimentare la crescita e lo sviluppo del Paese. Per usicre dal tunnel abbiamo poco tempo, il collasso è vicino.

Il messaggio (molto riassunto) della serata è il seguente:

  • Nessuno governa più in nome nostro: dobbiamo riprenderci le deleghe
  • Nessuno ci informa di come stiano davvero le cose: dobbiamo informarci da soli
  • Nessuno fa più vera politica: la dobbiamo fare noi, dal basso

Gli strumenti a disposizione sono:
  • Far pressione sulle amministrazioni, facendo valere i nostri diritti
  • Utilizzare le nuove tecnologie, mettendo a frutto le potenzialità immense della Rete
  • Trovare il coraggio di scalzare il sistema, compiendo le piccole scelte quotidiane

Da questo ultimo punto si è dipanata la seconda parte dello spettacolo, incentrata maggiormente su temi di ecologia e sostenibilità, secondo la consolidata tradizione di Grillo. Ha affrontato argomenti vari, dall'acqua (basta alla minerale!) ai trasporti (molti ripetuti inviti all'uso della bicicletta), dall'edilizia (accenno alle case passive e alla disponibilità di nuovi materiali) all'energia (autoproduzione e scambio su piccola scala), non trascurando le dimostrazioni live, che questa volta hanno riguardato: il bucato, con una bio-palla che annienterebbe i detersivi (ammetto, sono curiosissimo, mi informerò...) e l'accesso alla cultura, con un momento pubblicitario sull'e-book di Amazon...

Ho invece percepito come nota stonata il momento di presentazione riservato al Meetup (il gruppo locale di sostenitori). Con un taglio evidentemente propagandistico per un possibile ruolo futuro nel tessuto politico-amministrativo della città, non mi ha convinto (nonostante le migliori intenzioni, sulle quali non ho dubbi) per la forma, un po' sottotono e approssimativa (e qui concordo con Edoardo), decisamente non in fase con il livello del mattatore. Non sono sicuro abbia colpito e centrato l'obiettivo. Peccato.

In conclusione, sebbene non veda in Beppe Grillo un profeta (non dimentico mai che è un comico e ha come mandato primario il far ridere la gente), ammetto di ammirarne la capacità di stimolo critico che riesce a mettere in campo. Suscitando (speriamo) ripensamenti e qualche crisi di coscienza. E' appassionato e, pure quando dice castronerie (sul lato tecnico mi capita, per formazione professionale, di riconoscerne alcune e immagino ce ne possano essere altre), ha la forza di convincere che, se non altro, abbiamo il dovere di ricercare un'alternativa più sostenibile. Di questo gli va reso merito e mi auguro che lo spettacolo costituisca un'occasione di revisione per molti.

Qualche segnale c'è: il simpatico guidatore dell'Hammer che all'uscita cercava di fendere la folla per farsi strada verso l'uscita, non sembrava arrogante come il mezzo avrebbe potuto suggerire alla fantasia di noi pedoni. Con gesti umili e pacati sembrava anzi volersi scusare con chi lo osservava silenzioso per il mezzo che tanto strideva con lo stile, appunto, appena ascoltato. :-)
Son semi di speranza...

venerdì 19 settembre 2008

L'acqua del sindaco


Consumare acqua in bottiglia, se l’acqua che sgorga dal rubinetto è di ottima qualità, è un controsenso: costa di più, contribuisce al riscaldamento globale della terra (con i camion che la trasportano e la montagna di plastica che produce: circa 9 miliardi di bottiglie ogni anno in Italia), è più scomoda. (...) 

[da www.imbrocchiamola.org]

L'acqua del rubinetto, invece, è sicura (è dimostrato da diverse ricerche che i controlli sono maggiori), buona (quasi ovunque), ecologica, comoda (ci arriva direttamente in casa) e viene venduta ad un prezzo equo. E', insomma, sostenibile.

E allora, cosa aspettiamo ad eliminare le famigerate bottiglie di plastica dalla nostra tavola? Per gli aficionados delle bollicine (come me) ci sono vari sistemi a disposizione: dalle polveri (io, nostalgico, uso Idrolitina del cavalier Gazzoni) alle bombolette di gas acido carbonico (spesso disponibili in comodato dalle aziende pubbliche della propria città).

Un ulteriore passo sarà quello di iniziare a richiederla pure nei bar e nei ristoranti, vincendo l'ingiustificato pudore che ci blocca in questa legittima aspettativa. Visitate il sito www.imbrocchiamola.org per maggiori info.

mercoledì 17 settembre 2008

Benvenuto nella nuova era

Ricevo stamattina un pieghevole sulla nuova campagna di Greenpeace



Per quanto ho avuto modo di leggere sinora (da varie fonti) non posso che essere d'accordo. Vi invito ad un sincero approfondimento.

martedì 16 settembre 2008

Se lo dice lui...


Passi tratti dall'intervista al Valentino nazionale e pubblicati sul Venerdì di Repubblica n. 1069 del 12.09.2008.


"Girando per l'Europa, mi è sembrato che le condizioni di vita dei giovani siano migliori, ci siano più opportunità e garanzie..."

"Purtroppo sono convinto che altrove si viva meglio. E per esperienza personale. Vado in Spagna per lavoro da un sacco di tempo e ho visto quanti passi in avanti hanno fatto gli spagnoli in poco più di quindici anni. All'inizio degli anni Novanta sembravano i nostri fratelli poveri, adesso ci hanno superato di slancio e noi siamo rimasti molto indietro, rispetto a loro. Non credo sia l'unico caso e mi sembra che nell'immediato futuro cambierà ben poco, visto che qui quasi non esistono interventi a favore dei giovani..."

"Troppi vecchi al potere, è un dato oggettivo, basta guardarsi intorno. Quella dei vecchi, sia detto con tutto il rispetto, è una casta di intoccabili. Almeno per quanto riguarda i posti di responsabilità. Anche in questo caso si tratta di una malattia tipicamente italiana. Negli altri paesi uno a quarant'anni si candida alla guida dei governi, da noi il potere è in mano a chi è intorno ai settanta. Poi ci si stupisce dell'immobilismo. Ma è ovvio: un settantenne ha idee meno innovative di un quarantenne. Se l'Italia si è incartata su se stessa la colpa è di questa gerontocrazia che si rifiuta di andare in pensione..."

lunedì 15 settembre 2008

Immagine appropriata



Mi ero appuntato questi versi (Giovanni Marradi - 1868), non ricordo da dove, forse dalla prefazione di una biografia Verdiana letta qualche mese fa. Mi pare il momento adatto per tirarli fuori e condividerli sebbene, ad una rilettura attenta, mi appaiano ora sin troppo ottimistici (altro che vegetare nell'ignavia, qua si cavalca, tutt'altro che liberi, verso il baratro...).   

E vegetiam fra il tedio
Di giorni oscuri e ignavi
Fra mediocri despoti
Né liberi né schiavi
 

martedì 15 aprile 2008

Io sono qui


A scrutini terminati, pubblico il mio posizionamento.

Già lo sapevo, almeno dimostro un po' di coerenza, visto che il questionario da me completato in occasione delle precedenti politiche aveva emesso analogo verdetto. Anche se mi piace considerarmi moderato è evidente che il mio cuore batte più a sinistra di quanto io stesso non voglia ammettere...
e comunque, secondo i risultati elettorali il mio io qua sopra nemmeno esisterebbe più...

Per approfondire la vostra posizione sui temi caldi dei vari programmi (e poi magari chiarirvi le idee, sebbene a posteriori) cliccate qua sotto.

Elezioni 2008. Io sono qui. E tu dove sei?

venerdì 4 aprile 2008

Son cose intime

Segnalo dal blog Sorelle d'Italia questo dialogo (http://www.sorelleditalia.net/2008/04/03/nel-mio-intimo-ce-qualcosaltro/) tra due copy, ossia pubblicitari(e)... discutendo del nuovo spot di Chilly.


Effettivamente a me, ogni volta che mi siedo sul bidè e leggo l'headline, viene da ridere (o da piangere, fate voi)... e penso: pollo chi ci casca... ;-) Infatti io non l'avrei comprato solo per questo (validissimo) motivo. E ho pensato pure di scriverglielo, da rompi quale sono, per farglielo sapere...

Visto che stasera zompettando in rete qua e là ho scoperto di non essere il solo a pensarla così, inoltro a voi pulzelle navigatrici l'invito a concedervi un minutino di sano svago letterario-internettiano, e magari a fare udire la vostra voce.


Un po' di rispetto per le nostre (ma in questo caso, soprattutto vostre) intelligenze, prego!


P.S.
Se volete gustare ancora meglio il piatto... date un'occhiata sul blog di Valentina (sempre lei, la copy) al post originale (http://uomochemilava.blogspot.com/2008/03/bid-bid-ta-ta-taaarara-bid-bid.html): gustoso, salace, irriverente, frutto di una mente indipendente e creativa.
Non per nulla fa la pubblicitaria... grande!!

lunedì 31 marzo 2008

2000 ruote

Alla manifestazione odierna (in bici) delle associazioni ambientaliste veronesi per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla "Verona che vorremmo" sono stati contati oltre 1000 partecipanti. Il colpo d'occhio era notevole, lo spettacolo entusiasmante.

In modo civile e composto abbiamo toccato con mano (e visto con occhio) i punti caldi del degrado prossimo venturo (ovviamente speriamo di fermarlo in tempo). Abbiamo senz'altro sensibilizzato i passanti che lumavano curiosi e un po' stupiti (e pure disturbato q.b. gli automobilisti, inevitabilmente frettolosi, pure "il dì di festa"), gustandoci una giornata di piacevole e lento (come sempre accade quando si procede "a fisarmonica") pedalare, incontrando amici e sconosciuti, scambiando sguardi e sorrisi, intrecciando fitte conversazioni e costruttivi scambi di opinione... facendo, insomma, comunità.

Mi ha infatti colpito molto (decisamente molto più del solito) la percezione di questa profonda unità che motivava la presenza "su strada" (si può certo leggere come un segnale di "acqua alta"). Ogni partecipante sapeva di essere lì a dire qualcosa. E non avrebbe potuto gridarlo più forte. Speriamo in una forte eco.

Bravi gli organizzatori (tutti: AdB, Italia Nostra, Legambiente, WWF, Comitato contro il traforo, ...); bravo chi dall'alto ha benedetto la giornata con un tepore più che primaverile (ora sappiamo da che parte sta...); bravi tutti quelli che, con tenacia e pure un po' di pazienza, hanno condiviso questo grande momento di festa e partecipazione democratica e civile. E' stato un momento forte per tutti i cittadini.

Grazie.

venerdì 14 marzo 2008

Che Verona vuoi?

Sto intensificando la frequenza dei miei spostamenti casa-lavoro-casa con il mezzo a trazione animale (la bestia... c'est moi!). Da due volte a settimana (era l'impegno 2007... mantenuto) sto passando a quattro (il mercoledì, a causa del corso di tedesco, mi è ancora inevitabile lo scooter per coprire la maggior distanza...).

E mi piace sempre più, ci sto prendendo gusto. Tra l'altro la crescente abitudine (allenamento? forma fisica?...) mi porta a progressiva riduzione dei tempi di percorrenza, ormai sempre decisamente sotto alla mezz'ora (record assoluto 22') per i 9 Km del tragitto, semafori compresi. E anche queste son soddisfazioni...

Purtroppo registro un'aria giorno dopo giorno sempre più irrespirabile. Non lo dico per avvalorare luoghi comuni o generiche tesi ambientaliste. Parlo semplicemente di percezione. Quella sensazione di "puzza" che oramai accompagna tutti i tratti del mio percorso da Borgo Milano a San Michele extra, e non solo nei tratti dov'è ovvio aspettarsela (c.so Milano, p.te Aleardi, via Unità d'Italia...) ma anche altrove (si sa, il vento muove l'aria... e anche i veleni...), là dove regnano
incontrastati pedoni e biciclette (via Roma, c.so Portoni Borsari...).

Ma forse è meglio usare il passato: regnavano. Ieri pomeriggio, ore 18.10, incontro un'amica in piazza Erbe (che bello, la bici, ogni giorno, se fai il centro, un paio di incontri piacevoli...), proprio all'imbocco di c.so Portoni Borsari, davanti alla Gabbia d'oro. In cinque minuti ho contato 18 macchine. DICIOTTO!!! Alcune pure prepotent
emente condotte (tralascio per buongusto la descrizione del conducente tipo). I mezzi erano invero molto variegati: non solo gli immancabili SUV (e miniSUV, kekkarini...); anche micro-macchine e pure tre indifferenti pattuglie della Polizia. E non ho contato gli scooter. Per sopravvivere nella nostra conversazione abbiamo dovuto riportarci sul toloneo della piazza...
Che scandalo, che tristezza!


Allora mi chiedo una volta ancora: è questo che
vogliamo? Possibile che siano così poche le persone di buonsenso che non colgono la necessità di cambiare questo modello improponibile? O così deboli? Vogliamo letteralmente UCCIDERE i nostri figli? Non sentiamo la responsabilità delle nostre azioni sul domani (il domani vero, non fra cent'anni...)?

Io, socio AdB molto convinto ieri e sempre più convinto oggi, mi sento in forte sintonia con le idee e le proposte di questa parte della società civile. Voglio esprimere il mio dissenso nei confronti delle scelte
scellerate di questa amministrazione. Andrò a pedalare il 30 marzo alla BICICLETTATA PER LA CITTA', titolo azzeccatissimo, con quella preposizione a doppio senso...



Mi piacerebbe, quella domenica, percepire la forza non solo ideale di chi la pensa come me. Dobbiamo essere tanti. Tantissimi. Per far capire a chi non sa ascoltare la voce della gente che cosa essa realmente desideri. Poche voci prepotenti e arroganti non possono e non devono coprire "il grido di dolore che da tante parti della città si leva verso il Palazzo...".

Così sia.


giovedì 13 marzo 2008

Cos'è successo...

Sono stato via a lungo.
Vabbè, lo riconosco, non sono un vero blogger: la fedeltà al post non è il mio forte e spesso, la sera, preferisco uscire o fare altro piuttosto che mettermi al PC dopo una giornata (spesso lunga) passata davanti al monitor.

Di cose da dire ne avrei comunque tantissime e quindi sono pure dispiaciuto ma...

Ma la ragione di tanta latitanza è presto detta. In questi ultimi mesi si è concretizzato un lavoro che ha coinvolto me e altri amici per ben cinque anni. Si tratta della produzione di un DVD-Rom contenente la storia fotografica del gruppo Scout VR3° a trent'anni dalla sua fondazione. L'opera ha visto la luce il mese scorso ed è stata presentata a scout ed "ex" il 16 febbraio, in occasione dei festeggiamenti per la Giornata del Ricordo (Thinking day).

E' chiaro come quest'attività (ultime catalogazioni, prove last minute, problemi di produzione, distribuzione...) mi abbia distolto un po' dai miei passatempi quotidiani... sono perdonato?


Il DVD è bellissimo e vale lo sforzo (significativo) di questi cinque, quasi sei, anni di lavoro. Spero che tutti possano apprezzarlo per i bei ricordi che suscita e la memoria storica che rappresenta per la vita del nostro quartiere, delle nostre parrocchie e del nostro gruppo. Sono ben 16.000 foto facilmente ricercabili e visualizzabili, oltre a libroni di squadriglia, annali di tutte le attività, indirizzari, ecc... Davvero un bel patrimonio.

Sei un vecchio scout del VR3° o anche solo un simpatizzante? Vuoi anche tu una copia del DVD? Saremo lieti di fartela avere. Scrivici e ci accorderemo sulla consegna.

Buona strada, buona vita.
Pavoncello loquace


 
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