mercoledì 19 ottobre 2011

Silenzio - Temporaneamente out-of-blog

Sono silenzioso da lungi.
Mi sono temporaneamente trasferito altrove.

La mia intenzione è sempre quella di raccogliere qui tutto quello che scrivo sui vari spazi che mi offrono di riempire. Ma non ce la faccio, proprio non ne ho il tempo.

Prima o poi riuscirò a raccogliere tutto in un unico punto, ma per il momento devo accettare il limite. Se proprio non potete fare a meno di me (che carini!...), potete trovarmi con maggiore frequenza qui. Oppure qui.

A presto, ciao. Luciano

mercoledì 22 dicembre 2010

venerdì 10 dicembre 2010

Pampàm

"Pampàm, èto visto la partìa de la Roma? Pampàm, èto visto che schifo, pampàm? El campo, pampàm, el paréa un campo de patate, pampàm..."

Ora, sostituite il pampàm con una bestemmia a vostra scelta, meglio se assonante, e avrete chiaro nelle orecchie il suono (quasi un verso futurista) di una tipica conversazione da bar. Che stavolta, oltre al solito disturbo, mi ha colpito per l'incalzare quasi compiaciuto dell'interiezione. Un vezzo culturale tipico del popolo veneto, si dice. In fondo, bisogna contestualizzare.

Sono quasi convinto sulla volontà deficiente
Allora, per non cadere nell'inganno, contestualizziamo: non si tratta di un bar malfamato di un quartiere degradato, ma un posto elegante, da pausa pranzo cittadina, con i conversatori elegantemente vestiti, entrambi impegnati nella lettura di un quotidiano (L'Arena e la Gazzetta, vabbé...). Al tavolo vicino, scorro il Filo Rosso di Concita De Gregorio sulla compravendita di parlamentari. 

Contesti? Questione di sensibilità? Punti di vista? 
Un po' ci sarebbe da stare preoccupati...

mercoledì 1 settembre 2010

Letters to Juliet

Un po' perché il cinema mi piace tutto, un po' perché ero proprio curioso, oggi sono andato al K2 a vedermi "Letters to Juliet" con la Seyfried & Co (vedi scheda su FilmUP, il mio sito di recensioni preferito).

Se ricordate, a giugno dello scorso anno Verona fu "disturbata" (io no, anzi mi divertii a visitare assieme ai miei bambini i luoghi delle riprese e il Lungadige con i camion e le strutture di supporto) dal set e dalla confusione che ne derivò. Il film in proiezione oggi (e pure domani) è il risultato del lavoro di quei giorni. Devo dire che concordo sostanzialmente con la critica. Film mieloso ma che non disturba, si lascia guardare e apprezzare per quel che è, basta non entrare in sala (obbligatorio non perdere i titoli di testa) con troppe aspettative sulla sceneggiatura e sulla prova di recitazione (la Redgrave è comunque attrice di razza; brave e simpatiche le "segretarie di Giulietta"; modesta la Seyfried, che apprezzo di più come cantante; a dir poco fastidioso, infine, il doppiaggio di Bernal). Il risultato è comunque "caramelloso", come riporta il critico, ma pienamente godibile. E quindi me lo sono goduto.


Perché ve ne parlo?

Perché questo lavoro è occasione più unica che rara di guardare alla nostra città con occhi stranieri. Così stranieri che penserete di non averla mai osservata con troppa attenzione. Inquadrature da favola, tutti i dettagli a posto (i lampioni tutti in stile, le targhe a fianco ai monumenti in bronzo lavorato, decine di particolari che incantano), angolini meravigliosi e romantici (il Campidoglio fa sempre la sua figura e pure la cena in Piazzetta Pescheria non manca di fascino), atmosfera sempre un po' flou con tramonti e albe mozzafiato. Che bella, Verona! Ne sono davvero convinto e, da incallito passeggiatore
nasoinsù, riconosco che a ben vedere il regista non deve aver fatto troppa fatica. In particolare però mi hanno colpito: le strade semideserte, sempre (che i protagonisti percorrevano in libertà con una fiammante 500 rossa); il centro invaso da molti passanti in bicicletta (manco fossimo a Ferrara); i nostri amati velocipedi distrattamente e fiduciosamente appoggiati ai muri (magari!); i bambini (di molti colori) che giocano a palla per strada (visti solo al Tocatì).
Praticamente la Verona che vorremmo!


Mi è piaciuta la definizione di
location product placement: effetttivamente si tratta di un biglietto da visita molto ben confezionato e sapientemente proposto al pubblico oltreoceano (quanto avremo sborsato per questo? mah! soldi ben spesi, comunque). Nel film, l'editore della giovane Sophie le consiglia di acquistare molte azioni Alitalia (che sia una marchetta anche questa?) dal momento che un sacco di donne americane vorranno andare a Verona dopo aver letto il libro da lei scritto sulla vicenda d'amore. E probabilmente ha ragione: l'anno prossimo sentiremo l'onda (speriamolo). Certo, se approderanno in riva all'Adige alla ricerca dell'oasi di silenzio e libertà dal traffico che hanno intravisto, i fiduciosi turisti potrebbero restare un po' delusi...A noi una considerazione: che bisogno ci sarà mai di falsare la realtà addolcendo questi particolari aspetti? Non ci dicevano forse che il massimo della vita è una città piena di strade trafficate e di parcheggi in pieno centro? E allora perché mistificare se è già tutto perfetto? Forse perché il regista è di New York? (vedi qui , qui e qui).Ci confortino queste visioni di futuro e pure il fatto che, almeno nella finzione cinematografica, questo sogno si è
comunque realizzato.

martedì 10 agosto 2010

Ministri servitori

Se mai l’hanno saputo (c’è di che dubitarne…) certi “signori” hanno dimenticato che “ministro” vuol proprio dire “servitore” della collettività. E si credono maestri di “dottrina sociale cristiana”, figuriamoci!

“Minister”, dalla radice latina “minus”, cioè “meno”, quindi “colui che serve”, contrapposto a “magister”, da “magis”, cioè “che è più”, da cui “maestro”.

Il mondo alla rovescia: i maestri, sicuramente quelli della scuola ma pure gli scienzati e gli studiosi di tutti i rami dello scibile, sono quasi sempre poco pagati; i ministri, invece, e tutto il loro intorno, sono pagatissimi, altrochè. E per fare gli interessi di chi ?




dal "Messaggero"

Famiglia Cristiana: «Ministri servitori»

Il Pdl sbotta: «Questa è arroganza»
Il settimanale: «Concezione padronale dello Stato, guai a chi osa sfidare il dominus assoluto. Ora nuovi leader»

MILANO - «Una concezione padronale dello Stato ha ridotto ministri e politici in "servitori", semplici esecutori dei voleri del capo» e «poco importa che il Paese vada allo sfascio: non si ammettono repliche al pensiero unico. E guai a chi osa sfidare il "dominus" assoluto». È un vero e proprio affondo contro il governo quello contenuto nell'editoriale del numero di Famiglia Cristiana in edicola mercoledì. L'articolo interviene sulla questione morale e sulla situazione nel Pdl, sottolineando che «lo sbandierato garantismo, soprattutto a favore dei potenti, è troppo spesso pretesa di impunità totale. Nonostante la gravità delle imputazioni». Una posizione che ha fatto andare su tutte le furie Gianfranco Rotondi. «Il settimanale insulto di Famiglia Cristiana al governo è un pregiudizio e un atto di arroganza che la mette fuori dalla dottrina sociale cristiana. Un giornale cristiano non può chiamare i ministri con disprezzo "servitori", perché un cristiano non usa questo linguaggio né con gli ultimi né con i primi» ha detto il ministro per l'Attuazione del Programma di governo. Carlo Giovanardi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ha replicato attaccando direttamente il direttore dell settimanale don Sciortino: ««Servitore di disegni politici altrui - sostiene - sarà lui, che si ostina a non accorgersi che questo governo è il più leale sostenitore di quei valori non negoziabili che dovrebbero essere la prima preoccupazione dei cattolici del nostro Paese».

«NESSUNA SORPRESA» - «Ciò che mi sorprende della presa di posizione di Famiglia Cristiana è la mancanza di una riflessione critica che riguardi anche il ruolo che la Chiesa ha svolto in questi ultimi decenni nel contribuire alla formazione di una nuova classe dirigente nazionale» fa eco a Rotondi il coordinatore Pdl Sandro Bondi. Il Pd da parte sua difende il settimanale: «Nessuna sorpresa in merito a quanto rileva Famiglia Cristiana’. Succede quando si hanno partiti leaderistici, in cui la politica ha un ruolo nullo» afferma il deputato democratico Enrico Farinone.

venerdì 19 febbraio 2010

San Valentino

Visto su Vélo Vogue.
E piaciuto


martedì 2 febbraio 2010

Educare alla bellezza

di Luciano LORINI
da Ruotalibera (Anno XXVI Num. 1 - 115 - Gennaio/Febbraio 2010)

Gli stalli ricavati a ridosso dell’Arena sono un brutto segnale di degrado e poca civiltà

“Più ti guardo, più mi piaci”, canta Casadei. E qualcuno va rincalzando che “tanto, poi, ci si abitua”. Ma a noi, sognatori, piace ricordare Peppino Impastato, quando diceva che “bisognerebbe educare la gente alla bellezza, contro l’abitudine e la rassegnazione”. Non abbiamo quindi problemi a dire che questi nuovi stalli vicino all’Arena proprio non ci piacciono. Non ci sono piaciuti i primi 12, tracciati dalla giunta Zanotto (lo dicemmo in più occasioni); non ci sono piaciuti gli attuali nella loro prima sistemazione, a ridosso del vallo; non vogliamo abituarci alla loro presenza nemmeno ora che li hanno spostati dall’altro lato della strada. Proviamo a spiegare il perché.

Intanto sono e restano brutti. Molto brutti. E in una città che l’UNESCO ha dichiarato Patrimonio dell’Umanità (che significa “universalità, unicità ed insostituibilità”) questo aspetto è tutt’altro che trascurabile. Tra l’altro la cura del patrimonio artistico avrebbe pure una sua valenza economica, alla quale però nessuno pensa. Come se ai turisti e ai cittadini interessasse solo il lato prospicente la piazza Bra’, supponendo che la nostra Arena possa avere un suo “lato B”, inteso come bene di seconda scelta, rilevante per pochi. In base a queste affermazioni ci chiediamo perché si siano spesi soldi per la pulizia degli arcovoli posteriori…

di Giuseppe Luisi: “Tolleranza zero”

Parlando poi di aspetti legati al modello di mobililtà ci spiace constatare che ancora una volta tutto ruota intorno all’automobile. Per fare posto ai nuovi posti auto si è ridotta a senso unico una strada, sopprimendo una corsia preferenziale che, se è vero che non serviva più agli autobus dopo la pedonalizzazione di via Stella, garantiva comunque il collegamento Municipio-via Stella ai ciclisti, ai mezzi di servizio e ai tassisti (stupisce che non giungano proteste da questo fronte). Ridurre la permeabilità del centro storico alle biciclette significa compiere un passo indietro rispetto alla direzione di progresso e civiltà che l’Europa ci addita di continuo e che noi ci ostiniamo a trascurare. E’ un indice di grave miopia nei confronti della visione di modernità e progresso, quella vera, che qualcuno vorrebbe però venderci storpiata e declinata alla sua maniera.

Come dietro all’Arena, così pure in piazza Bra’ di fianco al Municipio e a Castelvecchio alla fine delle Regaste di San Zeno, l’obiettivo dell’Amministrazione è ricavare posti auto. I tre stalli di Castelvecchio messi lì’, “sul cantòn”, tanto perché “i ghe stava” sono un insulto al buon gusto. Come pure le auto in sosta ai lati di Palazzo Barbieri, quasi dei telamoni a sostegno della scalinata.

Ci è stato raccontato che si tratta di un provvedimento temporaneo, in attesa della riapertura di Piazza Cittadella. Speriamo sia vero; anche se ci permettiamo di dubitare. Noi AdB ci stiamo interrogando su possibili iniziative a sostegno della definitiva cancellazione di tutti gli stalli che offendono i nostri bei monumenti. In aiuto alla battaglia pro-decoro che qui a Verona, tanto efficace contro bivacchi e vu cumprà, non riesce a contrastare la pigrizia e la maleducazione dei suoi cittadini (un esempio: la sosta selvaggia davanti a Portoni Borsari). Intanto rinnoviamo la proposta ai nostri amministratori di dimostrare la loro buona fede e l’impegno per la città e l’ambiente, rinunciando da subito al privilegio del parcheggio in Piazza. L’invito è rivolto a tutti, compreso il Sindaco la cui auto, ad ogni buon conto, non ha bisogno di stalli: fa spesso mostra di sé proprio di fronte alla scalinata di Palazzo.

domenica 17 gennaio 2010

domenica 22 novembre 2009

Andare con le rotelline…

Intervista (versione integrale) di Luciano LORINI (versione ridotta qui)
da
Ruotalibera
(Anno XXV Num. 6 - 114 - Novembre/Dicembre 2009)




Incontriamo e conosciamo meglio i nostri "cugini" pattinatori.

Si chiama mobilità dolce. Riguarda tutti gli utenti della strada che utilizzano forme di trasporto non motorizzato, dai piedi, alle biciclette, passando magari per i pattini, i meglio noti “roller”. Molti aspetti accomunano i ciclisti urbani con i pattinatori. Come noi, ma con le ruote piccole, essi si muovono a impatto zero, esplorando il mondo in forma sostenibile e interagendo con l’ambiente in allegra simpatia. E come i ciclisti, ultimamente, godono di cattiva fama.

Intuendo, per esperienza diretta, questa vicinanza, questa parentela, ho rivolto ai nostri “cugini” di ruota alcune domande per conoscerli meglio. Le risposte sono arrivate pronte e disponibili, aperte e sincere.



Attraversamento protetto in città

- Nelly, Paolo, Carlo e Silvia. Chi siete? Chi sono i pattinatori urbani? Quale la loro composizione? Quali bisogni esprimete, quali le vostre aspettative?

I pattinatori urbani non sono un gruppo definito ma possiamo definire tali semplicemente tutte quelle persone che si ritrovano con i pattini ai piedi per la voglia di farsi un giro. Un po’ come succede per una passeggiata al parco o un giro in bicicletta. Le motivazioni che spingono i pattinatori a incontrarsi sono praticamente il desiderio di muoversi all’aperto, di socializzare, di mettersi alla prova e migliorare le proprie capacità, la curiosità per i luoghi e il rifiuto – quando possibile - per i mezzi motorizzati. In città, le variabili che condizionano il pattinaggio sono molto più numerose: innanzitutto la presenza del traffico veicolare, che costringe a una maggiore attenzione; poi la varietà di fondo stradale e di ostacoli, dal pavè all’asfalto, dal gradino del marciapiede alla piazza lastricata. Aggiungiamo il buio, dato che solitamente i pattinatori si ritrovano in orario serale, un po’ per evitare il traffico più intenso e un po’ perchè naturalmente più liberi da impegni domestici e lavorativi. Anche se molti pattinatori amano praticare il loro sport sia lungo le ciclabili che in città, queste variabili probabilmente “selezionano” le persone in base alle capacità: è infatti probabilmente più facile (se escludiamo percorsi particolarmente lunghi o con grossi dislivelli) accompagnare un pattinatore inesperto su una ciclabile sgombera da auto e che si presenta grossomodo sempre uguale, piuttosto che su continui, piccoli ostacoli.


Sul Naviglio della Martesana

I pattini quindi sono intesi principalmente come mezzo di svago e sono davvero pochissimi ad usarli come mezzo di trasporto, almeno qui in italia. Il problema fondamentale è che pattinare sulla strada e sulle piste ciclabili è vietato, e quindi si circola sempre a proprio rischio e pericolo.

Qualche audace (e capace) li usa al posto della bici anche per gli spostamenti quotidiani, è vero, ma il problema è sempre l’incertezza (“verrò sanzionato?”) derivante dalla certezza di essere abusivo. Sulle piste ciclabili e nelle zone chiuse al traffico i pattini sono infatti tollerati ma il codice della strada (contenuto nel Decreto Legislativo n. 285 del 30.4.1992 all’art. 190, comma 8) ne vieta esplicitamente l’uso: « La circolazione mediante tavole, pattini o altri acceleratori di velocità è vietata sulla carreggiata delle strade » e « Sugli spazi riservati ai pedoni è vietato usare tavole, pattini o altri acceleratori di andatura che possano creare situazioni di pericolo per gli altri utenti ». Per legge le piste ciclabili sono quindi riservate solo ai velocipedi.


Lungo uno dei percorsi Alpe-Adria

Quando si va in giro si cerca ovviamente di fare tutto nel rispetto del codice della strada (paradossalmente, sempre considerando che nel momento in cui ci si infilano i pattini, fuori da una pista di pattinaggio o adibita ad essi, si è già fuorilegge), si rimane il più uniti possibile e regolari per evitare intralci con il traffico cittadino. Insomma si gira in ciclabile, per strade poco trafficate, per le piazze, ecc., come si farebbe con una normalissima bicicletta.

Per questo quindi pensiamo che le esigenze di un pattinatore siano fondamentalmente le stesse che può avere un ciclista. Ovvero tutela, rispetto e dignità, nella reciprocità con gli altri mezzi.

C’è un gruppo che unisce pattinatori di tutta Italia, il PPUG (Piste Pattinabili User Group), che sta sostenendo attraverso una raccolta firme la proposta di legge (n. 2148 del 3 febbraio 2009) del deputato Sabatino Aracu per consentire la circolazione di pattini e skateboard sulle piste ciclabili
«9-bis. La circolazione con pattini a rotelle o con tavole a spinta è consentita sulle piste ciclabili e nelle altre aree urbane individuate nei piani urbani del traffico, con l’obbligo di osservare il comportamento prescritto per i pedoni ». Se volete potete sostenerci anche voi. (http://www.pattininews.it/summa/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=1742)

Il PPUG incoraggia la pratica del pattinaggio in tutte le sue modalità, purchè rispettose degli altri fruitori degli spazi pubblici (automobilisti, ciclisti, pedoni...) e raccoglie quindi regolarmente informazioni anche sulle pattinate cittadine.

Ambizioso obiettivo è quello di arrivare ad esperienze come quelle di diverse città europee, dove pattinare è permesso, anzi, in molti casi, tutelato dalle forze dell’ordine.


In Valbrenta

- Voi, al contrario del pattinaggio artistico, non siete orientati alla performance ma al divertimento e ad un differente (rivoluzionario?) utilizzo del contesto urbano. Un po' la differenza che corre tra i ciclisti sportivi e noi Amici della Bicicletta (ciò non esclude ovviamente che vi possano essere sovrapposizioni, visioni condivise o simpatie reciproche). Qual'è il vostro rapporto con il territorio? Quale la vostra visione del tessuto urbano? E in questo contesto (con un occhio sempre rivolto al Codice della Strada), quale modello di mobililtà ipotizzate?

I luoghi prediletti dal PPUG sono le piste ciclabili urbane ed extraurbane e ciò avvicina il movimento e i gruppi (informali o associazioni vere e proprie) alle modalità abitualmente adottate dalle associazioni di ciclisti e cicloturisti.

Pur essendo il PPUG composto da gruppi di natura diversa, alcuni dei quali squisitamente amatoriali, altri con caratteristiche agonistiche, comuni sono le finalità delle proposte: a) la diffusione dell’uso dei pattini anche come mezzo di trasporto ecologico e b) la promozione del pattinaggio tra più persone possibile.

Il PPUG concretizza il perseguimento dei propri obiettivi con l’organizzazione di una serie di attività amatoriali che coinvolgono anche chi si sente solo un “potenziale pattinatore”, ritenendo che pattinare voglia dire respirare aria pulita, fare uno sport completo e adatto a ogni età, mettere insieme grandi, piccoli, bravi e meno bravi, girare la città o addirittura fare le vacanze senza inquinare.


A Rosolina

Concretamente, si tratta di “passeggiate”, mediamente di una trentina di km, su percorsi ciclabili o a bassa percorrenza veicolare, testati precedentemente. Nel calendario PPUG – che raccoglie le proposte dei diversi gruppi in quasi tutto il territorio nazionale - sono inseriti mediamente una ventina di raduni, aperti a tutti, nella consapevolezza, tuttavia, che pattinare è vietato dal Codice della Strada. Questo aspetto purtroppo rende ancora molto diversi i raduni in pattini da quelli in bicicletta, i cui partecipanti naturalmente si sentono più liberi e tutelati. I gruppi promotori curano comunque l'organizzazione in modo da garantire il massimo della sicurezza e della fruibilità; i partecipanti sono coscienti del fatto che pattinano all’aperto sotto la loro personale responsabilità e a loro volta mettono in atto tutte le misure necessarie a partecipare - godendo dell'ambiente circostante e dell'opportunità di aggregazione – nel pieno rispetto degli spazi e dei diversi fruitori.


A Parigi!

- La pattinata notturna del martedì era diventata negli anni il simbolo di una Verona vivace, festosa, aperta e tollerante. Le emozioni e l'empatia con la città e i suoi abitanti che si potevano assaporare in quelle magiche notti estive sono difficili da raccontare, bisogna provarle. Ma qualcosa si è incrinato... Molto a riguardo è stato scritto in questi giorni, in forma più o meno condivisibile. Certo, alcuni problemi è innegabile ci fossero, ma a mio avviso la forma scelta per affrontarli non è stata certo la più illuminata. La vostra opinione? Proposte per il futuro?

Sinceramente, riteniamo che per l’Amministrazione il martedì sera avrebbe potuto trasformarsi da problema a motivo di vanto, proprio come lo è a Parigi, dove esistono il giro del venerdì sera e quello della domenica mattina per le famiglie! Si sarebbe pure potuto considerarlo un’attrazione per i turisti (in passato abbiamo incontrato dei turisti americani che si sono presentati in pattini proprio per fare il giro). Capiamo che uno dei problemi principali è stata la mancanza del rispetto per le regole stradali durante il giro. Forti del numero, non era insolito osservare pattinatori attraversare con il semaforo rosso, o persone non capaci di pattinare che rischiavano di mettere a repentaglio l’incolumità propria e altrui. Questa anarchia, però, era presente solo in certi periodi di punta, dovuta proprio al fatto che nessuno aveva la responsabilità di questa iniziativa, poiché il giro del martedì ormai da anni era semplicemente un ritrovo spontaneo.

Alcuni pattinatori veronesi hanno preso a cuore la faccenda e stanno cercando di rendere nuovamente possibile il giro per la città, con varie proposte e attraverso il confronto con le autorità. Esiste un gruppo su Facebook (http://www.facebook.com/group.php?gid=39316343104) per ulteriori informazioni.


- Voi insegnate a pattinare ai bambini. Il pattinaggio come mezzo per "liberarsi" e stare insieme. Quale futuro "pattinifero" vedete per loro in queste nostra sempre stupenda città?

[Carlo e Silvia] A Padova purtroppo la realtà è molto diversa da quella di Verona. Gli spazi “pattinabili” intesi come ciclabili urbane ed extraurbane sono praticamente inesistenti; lo splendido Prato della Valle, che resta pur sempre uno spazio circoscritto, se da un lato sembrerebbe favorire la possibilità di praticare questo sport, dall'altro disperde i pattinatori, che naturalmente lo usano ciascuno secondo i propri tempi e impegni, senza quindi necessariamente cercare un'aggregazione con altri. Le associazioni e i gruppi presenti inoltre sono molto pochi (attualmente se ne possono contare due) e si dedicano ad attività diverse dal classico giro cittadino. L'amministrazione locale (in particolare la polizia municipale), infine, è decisamente ostile a qualsiasi ipotesi, anche semplice, di utilizzo dei pattini, tanto che le associazioni presenti “esportano” le loro proposte nei Comuni limitrofi.

[Paolo] Ecco, ancora diversa invece è la realtà di Modena (sempre parlando di “urbano” e futuro “pattinifero”) visto che la nostra città è veramente ricca di piste ciclabili. Sotto questo aspetto siamo veramente fortunati, di questo me ne accorgo quando giro per le altre città, accompagnato dai gruppi locali, che a loro volta si sorprendono quando vengono a pattinare a Modena. Anche le autorità locali che ci vedono circolare, non sono ostili e non ci dicono niente dimostrandosi tolleranti… forse perché vedono appunto che non facciamo niente di male, cerchiamo di essere rispettosi e di autoregolarci. Penso che proprio per questi motivi ci sia una buona possibilità di evolvere in quella direzione di convivenza di “pattini e tutto il resto” e, per i bambini che vogliono crescere con i pattini sotto i piedi, di vivere la città liberamente, facendo movimento, divertendosi con gli amici (e non da soli in casa con giochi elettronici) e, cosa che adesso “va tanto di moda” (ma è da sempre importante), senza inquinare.

[Nelly] Mi piacerebbe girare per la città e trovare persone che si esercitano nello slalom, mi piacerebbe che i pattini potessero essere usati per spostarsi e quindi, se ne ho voglia, andare in città in pattini; e vorrei poter entrare senza problemi nei negozi (invece di stare sulla porta o sentirmi costretta a chiedere se posso entrare…). Mi piacerebbe vedere le piste di pattinaggio dei parchetti, adesso usate principalmente dai bambini per giocare a calcio o a basket, piene di bimbi/e e ragazzi/e con i pattini, che magari proprio con i pattini giocano a calcio o a basket.

Piacerebbe anche a noi.


Ringraziamo i nostri interlocutori, e vi invitiamo all’approfondimento seguendo i link ai loro siti web:

mercoledì 14 ottobre 2009

Via dalla scuola pubblica l’ora di religione

Un nuovo, interessante contributo sulla tanto contestata ora di religione. Tratto dalla rivista confronti, una pubblicazione mensile di “fede, politica e vita quotidiana” ma al tempo stesso un centro culturale impegnato sui temi del dialogo tra le fedi e le culture, del pluralismo e dell’educazione alla pace.


Appare chiaro che la Chiesa cattolica non è disposta a nessuna mediazione sull’ora di religione e le forze politiche non hanno nessuna intenzione di «disobbedire».


Continuano a susseguirsi le polemiche sulla laicità della scuola italiana, frutto delle insuperabili contraddizioni che contraddistinguono il sistema dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica. Lo scorso 17 luglio una nuova pronuncia del Tar del Lazio ha accolto due ricorsi, presentati da studenti e studentesse con numerose associazioni laiche e confessioni religiose non cattoliche, che erano stati proposti per l’annullamento di ordinanze ministeriali emanate dall’allora ministro dell’Istruzione Fioroni per gli esami di Stato del 2007 e 2008, che prevedevano la valutazione della frequenza all’insegnamento della religione cattolica ai fini della determinazione del credito scolastico e la partecipazione «a pieno titolo» agli scrutini degli insegnanti di religione. Il Tar del Lazio ha tra l’altro affermato, richiamandosi al principio della laicità dello Stato più volte ribadito dalla Corte costituzionale, che «in una società democratica al cui interno convivono differenti credenze religiose, certamente può essere considerata una violazione del principio del pluralismo il collegamento dell’insegnamento della religione con consistenti vantaggi sul piano del profitto scolastico e quindi con un’implicita promessa di vantaggi didattici, professionali ed in definitiva materiali». Contro la sentenza si sono levate le critiche non solo di fonti cattoliche e vaticane ma anche di esponenti dell’attuale governo italiano e di quasi tutte le forze politiche, desiderose di accaparrarsi i titoli di difensori del cattolicesimo in Italia. Tanto che, proprio in barba alla sentenza del Tar, il 19 agosto 2009 è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il Regolamento per la valutazione degli alunni con il quale l’attuale ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, ha riconfermato che in sede di scrutinio finale per l’attribuzione del punteggio per il credito scolastico partecipano anche gli insegnanti di religione cattolica, limitatamente agli alunni che si avvalgono di questo insegnamento. Proprio ciò che il Tar del Lazio ha dichiarato discriminatorio nei confronti degli alunni che non si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica e quindi illegittimo.


Ma non basta. Con un tempismo che non può non suscitare forti perplessità, visto il clima di ricerca di merci di scambio con cui il governo di centrodestra vuol rassicurare il Vaticano del suo appoggio, ai primi di settembre, in concomitanza con l’inizio dell’anno scolastico, è stata diffusa una lettera datata 5 maggio 2009 della Congregazione per l’Educazione cattolica, a firma del cardinale prefetto Zenon Grocholewski e indirizzata ai presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo, riguardante «l’insegnamento della religione nella scuola». Da dove trarrebbero origine le direttive contenute in questa circolare? Dalla constatazione, vi si legge, che «la natura e il ruolo dell’insegnamento della religione nella scuola è divenuto oggetto di dibattito e in alcuni casi di nuove regolamentazioni civili, che tendono a sostituirlo con un insegnamento del fatto religioso di natura multiconfessionale o di etica e cultura religiosa, anche in contrasto con le scelte e l’indirizzo educativo che i genitori e la Chiesa intendono dare alla formazione delle nuove generazioni». E questo dovrebbe allarmare i vescovi perché «si potrebbe creare confusione o generare relativismo o indifferentismo religioso se l’insegnamento della religione fosse limitato ad un’esposizione delle diverse religioni, in un modo comparativo e “neutro”». Niente di tutto ciò, si ricorda ai vescovi, che invece dovrebbero adoperarsi perché, in particolare nei paesi a maggioranza cattolica, l’insegnamento della religione sia limitato esclusivamente proprio all’insegnamento della dottrina cattolica.


A prescindere da ogni altra valutazione sui contenuti di questa lettera circolare una cosa appare evidente, e crediamo che questo sia in realtà il messaggio lanciato ai nostri politici: la Chiesa cattolica non è disposta a nessuna mediazione sull’ora di religione e qualunque proposta di affiancarla o sostituirla con un’ora di insegnamento del fattore religioso è considerata inaccettabile. E sembra che il messaggio, anche se non ci pare ce ne fosse bisogno, sia stato recepito. In effetti il presidente del Consiglio e il suo ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, proprio con il Regolamento prima ricordato, si sono affrettati a rassicurare le gerarchie cattoliche sul fatto che l’ora di religione cattolica in Italia non si tocca. Anzi, lo Stato italiano continuerà ubbidientemente ad essere uno Stato catechista; continuerà ad imporre nelle sue scuole pubbliche l’insegnamento di una sola e specifica religione, quella cattolica; continuerà a far svolgere questo insegnamento da persone scelte dall’autorità ecclesiastica; cercherà di garantire a questo insegnamento la stessa autorevolezza delle altre discipline scolastiche e la stessa importanza dei suoi crediti in spregio a qualunque principio di laicità dello Stato o di qualunque sentenza di un Tar o di qualunque organo di giustizia.


Ed è per questo che almeno su una cosa siamo d’accordo: non vi può essere nessuna mediazione sull’ora di religione. Ma per un motivo diametralmente opposto. Se si vuole finalmente dare piena realizzazione ad uno Stato pluralista, laico e democratico, che vuole essere fedele alla sua ispirazione costituzionale, non è più possibile far svolgere all’apparato pubblico scolastico italiano il compito di provvedere, cosa che non gli compete, ad un insegnamento religioso che costituisce interesse magisteriale e pastorale della Chiesa cattolica. Non vi è perciò altra strada da seguire che cancellare l’Insegnamento della religione cattolica di derivazione concordataria dalla scuola pubblica italiana.


Antonio Delrio

lunedì 12 ottobre 2009

In difesa del popolo sovrano

Vi propongo un'interessante riflessione di Enrico Peyretti, un intellettuale italiano impegnato nel movimento per la nonviolenza e la pace. Buona lettura.


Dopo la condanna costituzionale del “lodo Alfano” e il conflitto istituzionale che ne è sciaguratamente seguito, andiamo alle radici della questione.

«La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione» (art. 1 Costituzione italiana). Neppure la sovranità popolare è assoluta, né assoluta è la volontà del popolo sovrano: deve essere esercitata entro i limiti dati e nelle forme stabilite dalla Costituzione. Nessuna forza sociale è sciolta dalla legge. Anche la forza del numero degli elettori è soggetta alla legge.
La coscienza personale, anche di uno solo, può sentire intimamente il dovere di disobbedire una legge che sente ingiusta (obiezione di coscienza), ma nello stesso tempo la obbedisce con l’accettare le conseguenze della propria disobbedienza civile (al contrario della disobbedienza occulta), e così preme lealmente per modificarla. La volontà anche della massima parte del popolo, non può violare i limiti costituzionali e i valori umani e civili ivi individuati.

Tanto meno è al di sopra delle legge chi viene eletto, pur legittimamente, all’elettorato. È falso dire che egli è un «primus super pares», come dice un dipendente politico di Berlusconi. Addirittura, se si pensa moralmente e democraticamente un “in-carico” politico come un servizio al bene comune, ogni eletto è, in certo modo, «sotto», e non sopra i suoi concittadini, perché è “caricato” del dovere di servirli. Così ha sempre sentito la migliore etica politica.


Legiferare, fare onestamente le leggi che obbligano tutti, non è mai un semplice atto di forza, neppure della forza del numero, ma deve avvenire secondo le «regole per fare le regole», cioè nel pieno rispetto formale e sostanziale delle regole costituzionali. Il numero non muta le regole, se non secondo le regole stesse.


Il consenso popolare
, oltre che libero da forzature, deve essere anche «consenso informato», cioè fornito di conoscenze per valutare qualità e scopi dei candidati a governare e l’azione dei governanti. Occorre anche che il libero dibattito pubblico protegga il popolo dal fascino che un uomo ricco e fortunato può suscitare sugli animi più deboli, o resi tali da influenze condizionanti sull’immaginazione pubblica. È questo precisamente il caso della fortuna politica di Berlusconi in Italia,
fabbricata prima con la bassezza diseducativa e la depressione morale delle televisioni commerciali, e poi mietuta col consenso politico relativo.

Il linguaggio e le arti della pubblicità commerciale – che è stata bene definita «il fascismo del nostro tempo» - trasferite nella politica, distruggono la libertà civica, perché, per loro natura e finalità, intendono aggirare la soglia critica delle persone e indurre a comportamenti realmente imposti, e non decisi liberamente. Se questa è disonestà nel commercio, in politica è delitto. Tutto il contrario di un “popolo della libertà”!

Poiché la ricchezza, con la sua potenza sugli altri, è soltanto un potere di fatto, e non un potere legale, deve essere soggetta, con particolare sorveglianza e oculatezza, alle regole di giustizia. Il ricco deve essere più, e non meno dei comuni cittadini, sorvegliato e controllato sulla legalità dei suoi atti. Se, nella gestione dei suoi beni, un ricco avesse commesso scorrettezze o reati, dovrebbe essere punito semmai più prontamente e severamente, e non meno dei comuni cittadini, nel caso che al potere della ricchezza abbia cumulato un potere politico. Questo è, evidentemente, il caso di Berlusconi, che invece ha approfittato del potere politico per sottrarsi al controllo della giustizia. Egli ha sempre accusato preventivamente i giudici, tutti i giudici che hanno avuto in mano cause sue, per delegittimarne in anticipo il giudizio, o impedirne l’esercizio. Chi agisce così corrompe alla radice lo spirito pubblico, si fa corruttore del popolo sovrano, mina la legalità e la convivenza pacifica, semina servilismo, odio e violenza. Ciò crea nell’uomo della strada ragionevole - se ancora è libero di ragionare - ogni sospetto sulla cattiva coscienza di chi si sottrae in questo modo al giudizio, e suscita nei meno onesti la voglia
di imitare l’astuzia e la frode dell’uomo forte, oppure di reagire per vie di fatto, invece che con le regole della politica democratica.

Proprio in antitesi al potere della ricchezza, comunque raccolta, la prima parte dell’art. 1 definisce l’Italia una «repubblica democratica, fondata sul lavoro». Fondata, cioè, sul contributo di ognuno al bene comune. Chi ha più beni non ha più diritti, e semmai ha più doveri. Chi ha beni insufficienti, che limitano di fatto la sua libertà ed eguaglianza con gli altri cittadini, e impediscono il pieno sviluppo della sua persona e la sua partecipazione effettiva alla vita del Paese, ha uno speciale diritto – che il ricco non ha – a che la Repubblica operi con la politica a rimuovere quegli ostacoli (così dispone il grande art. 3, la “super-norma” della nostra esemplare Costituzione).

L’azione politica, nella Repubblica democratica, ha il compito di realizzare l’uguale dignità e libertà di tutti, nella giustizia sociale, e assolutamente non ha da sancire la disuguaglianza di fortuna.


Il comportamento politico di Berlusconi, fino alle vicende di questi giorni, lo lascia per ora formalmente inamovibile, ma lo priva ulteriormente di rispettabilità politica, in quanto eversore morale dell’etica necessaria nella “polis” umana e civile.

Enrico Peyretti

martedì 29 settembre 2009

Umberto Dei: non corre, va lontano


Recensione di Luciano LORINI

da
Ruotalibera (Anno XXV Num. 5 - 113 - Settembre/Ottobre 2009)


Nel romanzo di Michele Marziani “Umberto Dei - Biografia non autorizzata di una bicicletta” la premiata fabbrica di biciclette del titolo, già simbolo di un’epoca e pezzo importante della storia industriale di un'Italia produttiva che forse non è più, assurge a pretesto per raccontare, al di là del marchio e del nome, l'origine di un mito e il concetto stesso di una rivoluzione.


“Umberto Dei - Biografia non autorizzata di una bicicletta” - La copertina


E’ davvero molto facile entrare in sintonia con Arnaldo Scura, soggetto narrante del romanzo. Mezza età, una professione da agente finanziario forse un po’ stretta per delle idee troppo liberali, passione innata, quasi dovuta per obblighi di terra e di famiglia, per le due ruote. Milanese atipico per il fatto stesso di andare in bici, un mattino, all’improvviso, rimane “folgorato” lungo il Naviglio della Martesana. Sentendo di dover dare una svolta decisiva alla sua vita, si licenzia dal suo prestigioso impiego e si radica in una nuova esistenza, scoprendo la sua vera vocazione di meccanico e restauratore di biciclette. “Chiunque può fare il mio mestiere - sentenzia - il problema è trovarne il tempo. Per questo io esisto”. Verissimo. E così nella bottega/officina sul Naviglio (“una bottega di frontiera, un po' una boutique, un po' la mutua della bicicletta...”) si incrociano storie, amori, ricordi, popoli e filosofie. L’intera umanità attraversa per campioni significativi questo microcosmo di ingranaggi, grasso e sudore. Vite diverse, distanti, accomunate solo dal mezzo ciclabile. Per passione o per forza (in riferimento a quelli per cui “anche il biglietto del metrò è troppo caro”) tutti passano di qua, prima o poi. E lui, con umiltà schiva ce li descrive, ce ne racconta l’anima. Tipizzando, ma allo stesso tempo rifuggendo da facili generalizzazioni. E’ una bella persona, Arnaldo, sebbene incupito dalla vita e dal dolore. Capace di grandi slanci, come quando accoglie alle sue dipendenze il giovane Nas, esule afgano e studente al Politecnico, e impara col tempo ad amarlo come un figlio. Sarà proprio questo amore che lo porterà lontano, in un viaggio alla scoperta delle sue radici, in un cammino alla ricerca della serenità perduta.


Sembra quasi di stare fuori dal tempo, in una dimensione sospesa, e invece siamo proprio a Milano, nel nostro secolo, nella frenesia dei ritmi che purtroppo ben conosciamo. Bastano poche frasi qua e là a ricordarcelo... ma la vita al numero cinque di via Tofane sembra non accorgersene, comunque legata a schemi altri, più distesi. Procedendo nella lettura, si avverte crescente il desiderio di ricercare il piacere di questo invidiabile “andamento” anche nella nostra vita, si sente l'impulso a credere che sia, oltre che auspicabile, possibile.


Il romanzo, ricco di spunti anche divertenti, di citazioni e gustose disquisizioni “tecniche”, è pure condito da un certo grado di suspence. In alcuni punti forse perde un po' di tensione, ma è una manchevolezza che non si avverte, tanto si è affascinati dalla narrazione sempre scorrevole, fresca, sottile e ironica, dove pensieri e dialoghi si alternano in un tessuto ininterrotto originale, piacevole, avvincente.



La sella Brooks e la borsa attrezzi della Umberto Dei

Davvero una lettura appagante, un libro consigliato, non solo agli AdB più convinti, ma a tutti gli amanti della buona scrittura.



giovedì 3 settembre 2009

Aggiungere vita ai giorni

Non so quanti di voi lettori siano iscritti al Sindacato e se sì, a quale sigla.
Non mi interessa, non è importante per me saperlo, anche se ritengo importantissimo, oggi più che mai, il farne parte. Questo pomeriggio ho ricevuto dalla Segreteria Provinciale della FISAC-CGIL (la federazione di categoria di bancari e assicurativi) il documento che riporto qui sotto. Mi ha quasi commosso per la forza e il coraggio che esprime in questi momenti di difficoltà. E mi rende
orgoglioso della mia iscrizione alla CGIL, fiero di far parte di un Sindacato che esprime con tanta chiarezza i valori in cui credo.

Questo documento, del quale vi invito alla lettura, merita di essere salvato, pubblicato, diffuso.

Bravi gli stesori della nota, che approvo e condivido in pieno.
Pace e buona vita.


In un periodo difficile come questo

Strano l'anno 2009. E' l'anno della crisi, dello scoppio della tristemente nota bolla economica, della perdita di tanti posti di lavoro, dell'arricchimento dei pochi soliti noti e dell'impoverimento dei molti soliti noti.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che i diritti non venissero brutalmente calpestati e che la solidarietà non venisse relegata solo alle belle parole o al giorno di Natale.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che le aziende che hanno alle loro dipendenze lavoratori e lavoratrici non licenzino qualcuno solo perché “costa troppo” o perché ha alzato la testa di fronte ai soliti ricatti.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che una lavoratrice incinta non venga obbligata con subdole minacce a scrivere la lettera di dimissioni; chi ha il coraggio, nonostante il futuro sia tutto meno che certo, di mettere al mondo un figlio o una figlia deve essere rispettata e portata ad esempio nei confronti di chi non ha più sogni o speranze e non perseguitata.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che il detto “ divide et impera” non facesse costantemente parte delle nostre giornate.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che i lavoratori e le lavoratrici fossero compatti, uniti nella difesa dei propri e degli altrui diritti. I diritti, oltre che i doveri, sono parte integrante della nostra vita e se non aiutiamo anche gli altri affinché i loro diritti vengano rispettati, non stiamo facendo nulla neppure per noi stessi. Non dovremmo mai dimenticare che gli altri alla fine non sono che i nostri figli, i nostri amici, i nostri parenti o semplicemente i nostri conoscenti e che i loro diritti sono anche i nostri.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che il rispetto - nel senso più ampio del termine - nei confronti delle persone venga prima sia degli interessi privati che di quelli di mercato.

Invece, in un periodo difficile come questo, l’unica cosa che conta è il dio denaro che va costantemente a braccetto con il vecchio detto “mors tua vita mea”.

Per uscire a piccoli passi da questo periodo buio, dobbiamo riprendere in mano la nostra vita in tutti i suoi aspetti, partendo da quello lavorativo e dai diritti ad esso collegati, fino ad arrivare ai rapporti interpersonali.

Aiutate voi stessi e gli altri a fare in modo che i datori di lavoro si comportino in modo corretto e rispettoso degli accordi sottoscritti e delle leggi vigenti.

Aiutate voi stessi e gli altri a fare in modo che i familiari stessi si rispettino, sempre e comunque.

Aiutate voi stessi e gli altri a denunciare le cose che non vanno, dai diritti, negati con tanta facilità, alla violenza che mai dovrebbe entrare nella vita delle persone. La violenza, tanto subdola quanto devastante. La violenza non solo fisica ma anche morale e psicologica. Avviene in tutti i luoghi che frequentiamo normalmente, partendo da quello di lavoro per arrivare alla famiglia ( indubbiamente la violenza più odiosa fra tutte).

Ma, vi chiederete, cosa possiamo fare?
Certe volte è sufficiente non voltarsi dall’altra parte, non far finta di non vedere o di non sentire. Non è più il momento di pensare “a me non può succedere “.

Se vedete che sul lavoro i diritti vengono negati, calpestati, derisi convincete chi ha subito un torto a rivolgersi a chi può dar loro una mano. La Fisac, e la Cgil tutta, con le varie categorie e i servizi Inca, Caaf e tutela legale, sono a disposizione di ognuno di voi anche solo per una consulenza.

I diritti che abbiamo non ci sono stati regalati.
I diritti che abbiamo sono merito delle lotte, anche molto dure, e dei sacrifici che tante persone hanno sostenuto per migliorare il presente e il futuro di tutti.

Non solo in un periodo difficile come questo, ma sempre, è meglio aggiungere vita ai giorni che non giorni alla vita.



giovedì 16 luglio 2009

Elisabetta Garilli - Ma che Musica, Maestra!

Intervista raccolta da Luciano LORINI
da
VERONAtime (Anno 5 Num. 45 - Maggio/Giugno 2009)


Elisabetta Garilli

L'esperienza didattica evidenzia l’importanza che la Musica riveste nella formazione umana. Un linguaggio potente, capace di integrare diversità, di promuovere autostima, di creare senso di appartenenza e orientare a progetti di vita. Da dieci anni i bambini veronesi che frequentano le primarie ricevono questo dono speciale, grandissimo e importante attraverso il progetto "Disegnare Musica".

Ideatrice e cuore pulsante di questo progetto è Elisabetta Garilli. Parlando con lei traspare evidente un grande amore per il suo lavoro. Ciò che ha realizzato in questi anni ha un che di meraviglioso e sublime. C'è di che inorgoglirsi. Eppure il suo parlare è dolce e permeato da una grande umiltà. I suoi occhi vivaci si illuminano quando il pensiero va ai suoi bambini. Non si può fare a meno di pensare che la sua presenza e il suo operato siano una grande fortuna per i nostri piccoli e per il futuro delle giovani generazioni.



- 10 anni di "Disegnare Musica", l'avresti immaginato? Come hai cominciato?

Non avrei mai pensato. Ho iniziato lavorando con bambini molto piccoli. Un giorno una mamma mi disse: “dovresti fare questo con i bambini delle elementari”. Fu come una folgorazione. In un solo giorno, di getto, immaginai "Disegnare Musica": i fondamenti, gli obiettivi, la didattica. Per due anni lavorai da sola, poi cominciarono ad arrivare altre richieste. Da qui iniziò la collaborazione con il Conservatorio, che indisse un bando interno, selezionando nuovi professionisti.
Realizzammo un Coordinamento e da lì alle dimensioni attuali. Oggi non sono più io, è tutta questa "famiglia" che si confronta di continuo. C'è dentro un'anima.

- Di cosa si tratta esattamente?

E' un'immensa progettualità che si propone di colmare l'assenza della Musica come materia di insegnamento nella scuola primaria. Con la presenza di
insegnanti diplomati, ci prefiggiamo di trasmettere ai bambini, tutti, senza distinzione, la forza e l'emozione del linguaggio musicale, indispensabile alla crescita e allo sviluppo armonico della persona. L'approccio utilizza percorsi di Musica d'Insieme, Musica e Narrazione, Musica e Intercultura, Musica e Interdisciplinarietà. L'obiettivo non è creare delle classi di musicisti. E' dare al bambino ciò che secondo noi è un diritto. Penso che chi nella vita è chiamato ad essere musicista lo diventerà, se avrà a fianco a sè delle persone che gli daranno humus per questo. Però qualsiasi bambino che riceve questo dono dall'infanzia, ha già un seme di luce dentro di sè. C'è già un gusto in bocca, non deve andarlo a ricercare, lo ha proprio. Nel momento in cui ha conosciuto quel gusto, non se lo dimentica, gli ritorna. Poi magari potrà dire "non mi interessa più", però l'ha ricevuto, ha nutrito qualcosa di sè. Io ci credo profondamente.

- Parliamo dei collaboratori. Quanti siete? E' passione condivisa o sbocco professionale? Come garantisci e controlli la qualità dell'offerta?

Siamo una squadra di 18 collaboratori. Ci anima una passione comune, profonda, perchè in realtà condividiamo veramente una poetica. E' vero, innegabile dire che lo si fa anche per mangiare: è il nostro lavoro. Però se non c'è un cuore che pulsa, non ce la fai. Noi controlliamo che questo cuore ci sia, è un requisito fondamentale. Abbiamo un Coordinamento settimanale a cui tutti partecipano costantemente. Si parla di didattica, di approcci. Non ci stanchiamo mai di ribadire il rispetto del bambino. E' fondamentale, e ti evita di prendere strade sbagliate.

Il team di Disegnare Musica

- Raccontaci un po' di te, delle tue esperienze, della tua formazione...

Sono contaminata da tante cose, mai solo da un'unica direzione. E sono attratta dall'essere umano. Potrei stare ferma ore per la strada a guardare le persone e sentire che sto "suonando". Io non riesco a separare la musica da quando suono, da quando insegno, da quando osservo. Non ce l'ho mai fatta fin da piccola, non riesco a concepirla come linguaggio separato dall'essere vivente, da ogni cosa che fa. Credo che una delle mie fortune sia stata quella di lavorare con artisti
stranieri. Ho avuto dei grandissimi maestri e tante occasioni di ricerca con stili e dimensioni differenti. Ho la fortuna di un bagaglio di esperienze che mi hanno regalato una visione ampia sul mondo e sulla Musica. Non ho una formazione specifica in ambito pedagogico. Sono formata proprio come musicista. La mia ricerca pedagogica è nata nel momento in cui ho cominciato ad insegnare. Culturalmente data dai maestri che ho incontrato, però profondamente avuta dalla pratica. Tutte le domande sono nate quando ho cominciato a fare pratica. E' una ricerca successiva che per me coincide con l'insegnamento. E se mi fermassi dall'insegnare non saprei più dare.

Elisabetta Garilli

- In occasione del Maggioscuola il Progetto ogni anno presenta alla città qualcosa di nuovo. Cosa avete in programma?

Quest'anno ci sono due percorsi differenti: “Viaggio nella notte blu” di Bimba Landmann (che sarà presente allo spettacolo, il 13 e il 14 maggio alle 14.00) rappresenta un momento molto intimo. Il capovolgimento del luogo comune del lupo cattivo, che fa della notte il luogo del
la fantasia. “La formica e l'uovo”, invece (15 maggio alle 14.00 e alle 15.45), è una forza che si esprime attraverso l'inimmaginabile. Cerchiamo di far capire come un libro fondamentalmente non si smetta mai di vederlo. E di sentirlo, perchè un libro può essere ascoltato anche attraverso i suoni. Non solo il suono della parola, ma anche dell'immagine.

Classi di bambini al Maggioscuola con Disegnare Musica

- C'è interesse al di fuori di Verona per l'iniziativa e per la sua struttura didattica? Un orientamento un po' più in alto, magari a livello ministeriale? Un lavoro fruibile come progetto pilota per un qualcosa di più grande, che possa cambiare gli orientamenti musicali per tutti i bambini delle primarie?

Al di fuori di Verona Disegnare Musica è conosciuto. E pure interessa. In provincia è già stato richiesto. Il problema è con quali forze esportarlo. Si potrebbe trasmettere come modello applicabile. Con risorse che però bisogna andare a creare. E questo richiede uno spazio/tempo per il quale in questo momento mancano davvero le energie. Per organizzarsi, creare nuove persone che abbiano coscienza, in sintonia costruttiva. Con il Conservatorio stiamo tentando di progettare e strutturare questo modello. C'è pure un riconoscimento del lavoro che stiamo svolgendo. L'anno scorso siamo stati a Roma a presentare Disegnare Musica alla commissione per le buone pratiche musicali presieduta dall' On. Berlinguer, dietro segnalazione della Regione Veneto come uno dei migliori progetti di Didattica musicale. I riconoscimenti li abbiamo avuti e c'è sensibilità nei nostri confronti. Speriamo.

- Oggi sono in molti a riconoscere al Progetto un indiscusso valore formativo, un'indispensabile pagina nella crescita di ogni bambino. In altri paesi d'Europa questo valore non è assolutamente in discussione. Da noi, invece, nonostante la premessa, si fatica sempre a trovare i fondi necessari per continuare e ogni anno la vita stessa del Progetto è rimessa in discussione. La tua idea a riguardo?

E' difficile. Siamo costantemente sospesi ad un filo. Anche se crediamo profondamente in questa sensibilità che si è aperta. Siamo sostenuti dalla Fondazione Cariverona, dall'Accademia Filarmonica, dal Comune (Assessorato all'Istruzione), dai genitori, dalla Regione. Sentiamo che c'è una netta approvazione e condivisione. Perciò siamo sospesi, è vero, ma proiettando una forte speranza, sempre. Anche se poi questo vuol dire arrivare a settembre/ottobre senza sapere del futuro. E magari nel frattempo rinunciare a qualsiasi lavoro arrivi, in nome di questa fede. Ma tant'è; noi ci crediamo davvero.


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"Chi è"


Diplomata in pianoforte al conservatorio di Genova e in possesso della Maturità Artistica, studia pianoforte jazz con Giorgio Gaslini, voce e tecniche di improvvisazione strumentale e vocale con Bob Stoloff e Anna Bakja con cui ha collaborato nella ricerca sul suono vocale e sulla biorisonanza, ha suonato con jazzisti internazionali quali M. Waldron, R. Sellani, A. Zambrini, L. Agudo, F. D’Auria, ha collaborato quale insegnante agli Stages Internazionali di Spazio Musica, è stata ammessa al Programma per Artisti Professionisti a Roma da D. De Fazio. Da oltre dieci anni dedica la propria ricerca alla valorizzazione del ruolo della musica nei processi di apprendimento. È ideatrice e coordinatrice, quale esperta di didattica musicale applicativa, del Progetto Disegnare Musica, è autrice di racconti e musiche per bambini, di colonne sonore per cortometraggi e di spettacoli didattici realizzati all’interno di rassegne quali Maggioscuola e Mondadori Junior Festival. Tiene corsi di formazione e seminari sulle tematiche dell’apprendimento ritmico-corporeo, tattile-uditivo e del paesaggio sonoro. E' docente nella scuola internazione di danzaterapia Si.Danza e affianca Pio Campo nei progetti internazionali di ricerca e formazione che indagano i linguaggi averbali.

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Let's go


Gran Guardia (Maggioscuola) - 13 e 14 maggio alle 14.00 - “Viaggio nella notte blu”

Gran Guardia (Maggioscuola) - 15 maggio alle 14.00 e alle 15.45 - “La formica e l'uovo”

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Infos

www.disegnaremusica.it

info@disegnaremusica.it



 
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